Chi pagherà lo scotto?

Non abbiamo visto ancora niente! Questo è il mantra che serpeggia da un po’ di tempo, da quando cioè il lockdown ha cominciato a presentare il conto e gli aiuti promessi tardano a rimpinguare le tasche di una parte consistente del corpo sociale. Stiamo in qualche modo scampando all’attacco diretto della pandemia – stando a quanto si evince dai dati ufficiali su contagi, decessi e guarigioni – ma quello che la fase acuta si sta lasciando dietro, oltre ad un elevato numero di morti che in molti casi potevano essere, è una situazione sociale disastrosa; siamo però solo all’inizio.

Presi tra l’incudine di una stagnazione cronica ed il martello del mercato del debito – che di sovrano ha solo il creditore – stiamo letteralmente navigando a vista, tra le eco cacofoniche di una politica che fa campagna elettorale anche dentro uno sfacelo epocale. Andiamo però per ordine cercando di riannodare un filo “logico” dettato dalla follia lucida dell’ideologia capitalista.

Inutile ricordare che non siamo piombati nell’emergenza coronavirus provenendo da un periodo di florida prosperità, anzi ci siamo arrivati attraverso una stagnazione lunga 12 anni o per meglio dire “recessione tecnica”, che non vuol significare una situazione più blanda od una astratta ipotesi accademica; solo che “l’analisi è provvisoria e nulla permette ancora di stabilire – in un senso o nell’altro – la sua gravità, le sue implicazioni, la sua durata”.[1]

La crisi globale che stiamo attraversando si sta abbattendo su un sistema socio economico già prostrato dalle purghe dell’austerity e sterilizzato nelle sue dinamiche di coesione sociale dal mantra neoliberista, del mors tua vita mea. Una situazione del genere non potrà che produrre non solo disoccupati ed attività irrimediabilmente chiuse ma, inoltre, inasprirà il conflitto all’interno del corpo sociale, scaricando la colpa come sempre sugli ultimi: non è un caso che appena si sia proposta la regolarizzazione dei braccianti agricoli ci sia stata una levata di scudi.

I motivi reali per questo diniego non sono sicuramente quelli populisticamente addotti dalle “opposizioni” al Governo Conte-Confindustria: il problema è che il sistema stesso non può ammettere un innalzamento del costo del lavoro in un settore come quello agricolo, nel quale il prezzo corrisposto al produttore diretto è talmente basso che una regolarizzazione in queste condizioni è semplicemente improponibile se si permane nel meccanismo predatorio della GDO. È la logica della grande distribuzione, una filiera di vendita basata su sprechi calcolati sia in entrata che in uscita, il tutto unito alla voracità crescente delle grandi catene di distribuzione che controllano quasi quasi il 75% di tutto il cibo, il che rende la GDO quello che si definisce “price maker” (un monopolista per dirla in italiano), quello che determina una forbice folle tra il costo sul campo ed il prezzo finale sul banco di vendita; in media i supermercati incassano una quota sul prezzo finale al consumo di quasi il 50%, mentre agli agricoltori e ai lavoratori va meno dell’8%.[2]

Come ogni fenomeno complesso anche la recessione economica è determinata da numerosi fattori: certo il lockdown ha interrotto di colpo le attività ma è stato solo il colpo di grazie per molte imprese e chi prima dell’emergenza Covid-19 stentava a far quadrare i conti ha dovuto gettare la spugna. Anni di tagli alla spesa pubblica hanno avuto un riflesso su tutte quelle attività che contavano sulle commesse del settore pubblico ma l’austerity non vuol dire solo tagli, vuol dire anche innalzamento della pressione fiscale generalizzata, soprattutto sui consumi.

In un momento nel quale viene meno il reddito forse ridurre le imposte sul consumo potrebbe ridare potere d’acquisto a redditi erosi dalla precarietà o distrutti dal lockdown o, verosimilmente, fornire un maggiore potere d’acquisto ai risparmi, che per alcuni sono l’ultima risorsa disponibile. Un documento della Banca d’Italia, “Shifting taxes from labour to consumption: the efficiency-equity trade-off”,[3] enumera alcuni dati abbastanza indicativi della situazione circa la pressione fiscale per le imposte al consumo. Se le stime del 2019 riportavano che nella fascia di reddito sotto i 15.000 € si collocava il 45% dei contribuenti e con una tassazione al consumo (IVA) che pesa mediamente 1700€ all’anno, per il 70% dovuto all’aliquota al 22%, quindi per i beni ordinari, per un 27% per beni primari tassati al 10% e il restante 3% è costituito per i beni e servizi di prima necessità tassati al 4%; sono poco meno di due mesi di salario che vanno in tasse al consumo. Viene da chiedersi per quale motivo si preferisce indebitarsi con l’UE per sostenere la domanda di beni e servizi invece di avere una visione strategica di un minor gettito fiscale derivante dalle imposte sul consumo aumentando il potere d’acquisto in maniera generalizzata così da accrescere la domanda. Sono ovviamente necessari gli aiuti e gli ammortizzatori sociali, (reddito di cittadinanza, reddito di inclusione, cassa integrazione ecc.) ma potrebbero essere in qualche misura ridotti nella consistenza, quindi aumentati nel numero. Il vantaggio potrebbe derivare da un innalzamento dei consumi quindi da una lieve crescita della produzione.

Questi sono meccanismi del tutto compatibili con il sistema economico nel quale viviamo, dunque la preferenza per un forte indebitamento risulta quindi incomprensibile se non si introduce nel discorso la convenienza di avere un paese indebitato, quindi più docile e supino ai saccheggi dei mercati e di quei soggetti come la Germania, che non è nuova ad approfittare delle crisi per acquisire pezzi di produzione di altri paesi.[4] La spiegazione tecnica è stata riportata nelle pagine di questo giornale[4] circa il tentativo di trasformare una crisi simmetrica in una crisi asimmetrica, quindi di ribaltare la posizione di alcune nazioni attraverso i fondi salva Stati. Il meccanismo appare quindi molto chiaro ed è assai simile a quanto accaduto dopo il 2008, con in più la variante che la disoccupazione esploderà in maniera assai più repentina di dodici anni fa, in quanto il blocco delle attività ha riguardato in maniera trasversale quasi tutte le filiere produttive e commerciali.

Se da un lato è più che umano chiedere soldi per poter vivere, dall’altro questa richiesta, se soddisfatta con gli strumenti tipici della finanziarizzazione del debito, riproporrà in maniera assai più pesante la necessità della svendita di ciò che resta del patrimonio pubblico e gli appelli alla ristrutturazione della sanità saranno disattesi nella misura in cui verrà probabilmente compiuto l’assalto finale all’ultimo simulacro di welfare rimasto.

La situazione appare fosca e inquietante, soprattutto se negli interventi messi in atto dal Governo non appaiono la cancellazione delle imposte almeno per i mesi di chiusura; vi appare invece una dilazione o uno slittamento, il che non fornisce molte vie d’uscita soprattutto al tessuto minuto di piccoli esercenti e microimprese che vedono spesso rifiutarsi l’accesso al credito, pur con i buoni propositi da 25.000 euro sbandierati nei vari proclami del Primo Ministro. Il copione si ripete: il sistema bancario sarà il “tramite” attraverso cui dovrebbero essere elargiti i fondi d’emergenza, peccato che le banche nostrane nei fatti detengano un terzo del debito statale, il che le rende assai più di un semplice elemento di trasmissione ed erogazione dei fondi. L’economia finanziaria legata al debito fa si che la solvibilità diventi il fattore attorno al quale ruota tutto il meccanismo di accesso al credito e il fatto di essere stati declassati a BBB- non gioca a favore del fluire dei fondi dallo Stato ai conti delle piccole imprese, in quanto si ferma nelle banche, le quali hanno tutto l’interesse a che questi prestiti siano solvibili o ne va dei loro forzieri. Chiudere l’accesso al credito anche quando sia derivante da fondi d’emergenza vuol dire di fatto strozzare quel principio economico che a parole tutti si impegnano a difendere, ossia la produttività come propulsore principale di un sistema economico. Nei fatti le ambizioni sono ben altre come ci insegna la crisi del 2008.

J.R.

NOTE

[1] Riccardo Sorrentino, “Recessione tecnica, che cos’è e perché non è diversa dalle altre”, Il Sole 24 Ore https://www.ilsole24ore.com/art/recessione-tecnica-che-cos-e-e-perche-non-e-diversa-altre–AFPXplD

[2] OXFAM Italia. “Al Giusto prezzo: i diritti umani nelle filiere dei supermercati italiani”. https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2018/11/BtBP_ITA_Annex_v1.1.pdf

[3] Fricche. “Il meccanismo europeo di stabilità”. https://www.umanitanova.org/?p=11915

[4] JR&Lorcon. “I servizi pubblici essenziali tra tagli e saccheggi”. https://www.umanitanova.org/?p=12034