Post pandemia e distopia

Nella nostra rubrica “fantascienza e anarchia”, siamo forse stati facili profeti quando, in tempi non sospetti, descrivevamo il genere distopico come ritornato in auge in maniera dirompente.

La fantascienza tende a speculare sui possibili scenari che la realtà ci propone, talvolta estremizzandone alcuni aspetti, anticipando così (questo fin dall’inizio del Novecento) alcuni fenomeni poi diventati realtà.

Qui azzarderò una ipotesi prendendo spunto dalle ultime pubblicazioni post pandemia, e non solo, che descrivono nuovi scenari e nuovi immaginari distopici.

Sgombriamo il campo da un possibile equivoco : il tema del virus, della malattia, della pandemia , non rappresenta una novità nel panorama fantascientifico e negli articoli precedenti avevo già descritto sia romanzi che film inerenti al tema, scritti in tempi non sospetti e proprio per questo talvolta impressionanti nella loro visionarietà.

Quello che vorrei qui sottolineare è che il tema della pandemia, del virus e della malattia nell’epoca di internet e della comunicazione globale in tempo reale, nel genere distopico rappresentano un elemento di novità che potrebbe condurre ad un originale filone narrativo : il post-sociale, l’isolamento sociale ovvero il distanziamento come pratica esistenziale ed il “virtuale” che sovradetermina il reale. Tre temi in questo caso indissolubilmente legati fra loro.

Non è un caso che l’ultima pubblicazione Urania di Giugno 2020 si intitola proprio “Distopìa”, composto da una serie di racconti curati e selezionati da Franco Forte. Uno dei racconti più interessanti è quello di Valeria Barbera, Napoletana (di San Giorgio a Cremano), fisica ed esperta di informatica, dal titolo “Cogito Ergo Sum” dove il tema è quello di una umanità alle prese con un nuovo virus covid più letale dei precedenti, costretta ad affrontare un lockdown totale e globale a tal punto che il solo modo di sopravvivere al contraccolpo psicologico e al pericolo di contagio è quello di trasferire l’intera esistenza in un mondo totalmente virtuale : una sorta di matrix indotta dalla pandemia . Ovviamente il punto di partenza storico è proprio quello del covid 19, dove negli appunti storici della protagonista del racconto viene descritto così :

La pandemia Covid-19 imperversò sulla Terra per tutto il 2020, obbligando centinaia di Paesi a notevoli sacrifici, umani ed economici.

L’Italia affrontò l’emergenza con un crescendo di provvedimenti piuttosto singolare. Il governo emanò decreti sempre più restrittivi per obbligare i cittadini a restare a casa. In talune città si giunse all’impiego di droni che sorvolavano le strade per individuare gli assembramenti di persone.

Qualcuno paragonò la situazione a una realtà distopica, qualcosa che fino al giorno prima era appartenuta alla fantascienza.”

Tutto si svolge nell’universo virtuale della “Noosfera” , tema già affrontato in altri racconti dall’autrice. La dimensione del potere e della scelta delle regole è totalmente assente ed al contempo onnipresente : qualcosa di invisibile e scontato.

Un esempio simile lo possiamo ritrovare in una recente pubblicazione che sta avendo un discreto successo di critica negli USA, già tradotta in italiano. Mi riferisco al romanzo “Lasciami andare” della scrittrice californiana Katie M. Flynn. Anche qui il mondo descritto è quello post pandemico, post covid appunto, dove l’elemento tecnologico collegato all’intelligenza artificiale è preponderante nel futuro distopico descritto nel libro. Si nota, inoltre che le differenze di classe, in nome di una razionalità perversa, si intersecano con la tecnologia e l’innesto di coscienza/intelligenza artificiale negli androidi e nei robot.

Lilac una delle protagoniste (la storia è divisa in capitoli scanditi dai tempi della quarantena e da paragrafi che rappresentano di volta in volta il punto di vista dei vari protagonisti) è una ragazza di sedici anni. In realtà, ciò che è rimasto di lei è la sua coscienza, diventata proprietà della Metis, una società high-tech che conserva le memorie dei morti per reinstallarle in nuovi corpi: i più poveri sono inseriti in oggetti di uso comune, i più fortunati in androidi simili e talvolta indistinguibili dagli esseri umani. Sono i “compagni”, androidi di nuova generazione, e sono destinati ad arricchire la Metis e ad alleviare l’esistenza di chi è rimasto in vita dopo un’epidemia che ha decimato la popolazione. Per sopravvivere, i vivi si sono rinchiusi in torri abitative dotate di tutti i comfort e completamente isolati. Lilac è stata assegnata a una ragazzina della sua età, alla quale racconta com’era il mondo ai suoi tempi. Lilac ricostruisce così la propria memoria, fino al momento della sua morte. Rendendosi conto di essere stata uccisa. Altri personaggi, sia umani che “compagni” (questi ultimi spesso soggetti ad aggressioni da parte di fanatici religiosi), decidono di farsi impiantare la loro coscienza in nuovi corpi poiché sanno di dover presto morire perché contagiati o malati terminali o danneggiati nel caso degli androidi. Tutto questo in un clima dove non manca il contrabbando illegale sia di coscienze che di corpi. Il tema della coscienza di sé negli androidi, già anticipato da Philip Dick , anche qui si interseca con gli scenari di isolamento, lockdown e restrizioni sociali imposte da una autorità impersonale, che non viene mai nominata, ma che induce ad un modus vivendi al quale tutti sembrano rassegnati in nome di una controversa razionalità tecnologica che sopperisce agli effetti della pandemia.

Il tema del distanziamento, della sovrappopolazione e della separazione spaziale è stato anticipato recentemente anche dalla fantascienza cinese. Il lockdown non è una novità per la popolazione cinese, costretta ad affrontarlo in passato anche per questioni legate all’inquinamento ambientale da polveri sottili.

La 34enne scrittrice ed economista cinese, Hao Jingfang nel suo racconto “Pechino pieghevole” , vincitrice del premio Hugo, riunisce tematiche politiche, riguardanti la lotta di classe, l’urbanizzazione, le catastrofi ecologiche e le tecnologie di sorveglianza.

Nel racconto, Pechino è divisa in tre spazi, dove nello spazio1 vive l’élite composta da 5 milioni di persone. I restanti 75 milioni di abitanti sono divisi fra lo spazio2 e lo spazio3. Persino i tempi di vita sono contingentati : gli abitanti dello Spazio Uno, la parte meno densamente popolata e più benestante, vive dalle 6 del mattino alle 6 del mattino seguente mentre i 50 milioni di cittadini dello Spazio 3 vivono solo dalle 22 di sera alle 6 di mattina, per otto ore. Tutto è fatto per salvaguardare il tempo e l’aria che respira l’élite. Quando non è il loro turno di vivere, le persone si addormentano in una capsula con un gas narcotizzante. Lao Dao , il protagonista, vive nello spazio tre e lavora in una discarica per il riciclo e smaltimento dei rifiuti. In cambio di soldi che gli consentiranno di iscrivere la sorellina a scuola, dovrà consegnare una lettera ad una ragazza dello spazio1 per conto del suo innamorato (uno studente dello spazio2) col rischio di essere catturato ed imprigionato qualora venisse scoperto. La descrizione fisica della transizione dallo spazio tre allo spazio1 e 2 è degna di un racconto horror : “Alle prime luci dell’alba, la città si piegava e spariva dentro la terra. I palazzi si inchinavano come umili servitori, si abbassavano con deferenza, toccandosi i piedi con la testa, per chiudersi su se stessi. Poi si spezzavano e si piegavano ancora in due per infilare capo e braccia negli spazi vuoti. I poliedri compatti che si venivano a formare ruotavano fino a comporre un gigantesco e perfetto cubo di Rubik pronto a sprofondare in un lungo sonno. A quel punto la terra ruotava.” In tutti gli altri racconti, la natura, gli alberi, i prati sono un ricordo del passato. Le città sono fatte di grattacieli attaccati l’uno all’altro. La crisi climatica è pressoché irreversibile, le temperature esterne ostili. In questo contesto la tecnologia è comunque all’avanguardia : robot che prendono ordinazioni nei ristoranti, treni a levitazione magnetica e come abbiamo visto “città rotanti”.

Nel racconto “Teatro dell’universo”, infine l’amara considerazione : “Siamo diventati individui solitari e disinteressati che cercano rifugio nella rete, cioè in un mondo virtuale dove sentirsi liberi dall’angoscia causata dalla mancanza di un senso di appartenenza”.

Per non dilungarmi troppo e restare in tema, la mia considerazione conclusiva è che la distopia post-pandemica assume caratteristiche nuove, una sorta di neo-cyberpunk esistenziale. Se è vero cioè che alcuni romanzi visionari del passato che affrontavano il tema della malattia globale, della pandemia e dei virus, utilizzavano un’ambientazione postatomica : un mondo cioè ritornato ad una sorta di “età primordiale” (Virus Cepha di MacMillan, la strada di Mc Cormack, l’ultimo degli uomini di M. Atwood) o descrivevano derive reazionarie ed autoritarie dove il potere assumeva aspetti dittatoriali ( I figli degli uomini di P.D. James, L’epidemia di P. Whaloo o 2020 di Hamutal Shabtai), in questo periodo assistiamo ad un (temporaneo?) cambio di paradigma, dove la tecnologia ed una sorta di razionalità perversa imposta dall’emergenza sanitaria, rendono il potere invisibile, o meglio dato per scontato, accettato come ineluttabile. Tutto ciò inevitabilmente collegato al mondo virtuale e ad un controllo ossessivo e repressivo dove la separazione sociale, in alcuni casi dichiaratamente di classe, assume aspetti esistenziali e imposti come necessari.

Nel testo “2020” della scrittrice e psichiatra israeliana Hamutal Shabtai, scritto nel 1997, ad esempio, si narra di una pandemia che prende gradualmente piede in tutto il mondo minacciando l’intera umanità. La quasi onnipotente forza di polizia della “Hygienic Inspection Authority” disinfetta le strade mentre indossa tute simili a quelle degli astronauti. Le notizie sul virus filtrano dai social media e medici e dottori vengono fatti tacere. Gli “Ash People/Ash Men” (persone delle ceneri / uomini delle ceneri) circondano le case dei defunti e danno fuoco a tutti (il governo di Pechino ha realmente fatto cremare i morti da Covid19 per prevenire o frenare il diffondersi dell’infezione) mentre chi vive nelle “Healthy Area” (area della salute) viene sottoposto a test molto rigidi mentre altrove non accade. Come vediamo le analogie quasi profetiche della scrittrice sono lampanti, eppure qui il potere è ben visibile al punto che uno dei personaggi (negativi), Kurt Schmidt, espone la tesi secondo cui in casi estremi di pandemia la difesa dei diritti civili rappresenta un pericolo. A San Francisco, ad esempio la separazione sociale provoca una rivolta repressa nel sangue.

Ovviamente stiamo parlando di tendenze letterarie specifiche di un genere che potrebbero benissimo rivelarsi transitorie, tuttavia, questo ci induce a nuove riflessioni sul connubio potere, tecnologia, informazione e lotta di classe. In questo la fantascienza contemporanea può dare nuove chiavi di lettura interessanti.

Flavio Figliuolo