L’eterno ritorno dell’identico

Negli ultimi giorni – scriviamo queste righe domenica 11 ottobre 2020 – come era statisticamente purtroppo prevedibile, date le dinamiche generali delle malattie infettive, sembra siamo all’inizio della “seconda ondata” della malattia da Covid-Sars-2. Il governo dopo aver posticipato la fine dello “stato di emergenza” a fine gennaio 2021, annuncia “misure più restrittive” con alcuni giorni d’anticipo rispetto agli annunci precedenti: il decreto dovrebbe uscire domani – sempre rispetto al momento in cui scriviamo queste righe – e, secondo le ultime indiscrezioni, dovrebbe contemplare il divieto degli sport a livello amatoriale che prevedono il contatto, la lista è in fase di elaborazione ma dovrebbe presumibilmente contenere arti marziali, calcetto, basket, pallavolo e similari. Inoltre pare che avremo una stretta sulle feste private, con un limite di trenta persone, abbassato a dieci se queste si svolgono nelle case di abitazione. Si parla poi di misure rivolte ai locali pubblici che somministrano cibi e bevande: oltre al divieto di sostarvi davanti in piedi, pare che ci sarà uno stop alla vendita di alcolici da asporto a partire dalle 21 e la chiusura dei locali alle 24 – insomma le misure cosiddette anti “movida”, che dovrebbero limitare gli assembramenti notturni al centro dell’attenzione non certo benevola dei media negli ultimi tempi.

L’iter del provvedimento appare complesso: questi provvedimenti dovranno prima essere analizzati e validati dal Comitato Tecnico Scientifico (che però dovrebbe aver dato il proprio parere già nella giornata di oggi 11 ottobre 2020) ma, soprattutto, dovranno essere portate all’attenzione del tavolo della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, dove è possibile che alcune amministrazioni locali proveranno ad attenuare le misure governative proposte.

La speranza dichiarata a chiare lettere è che queste misure servano ad evitare un secondo lockdown, che sarebbe disastroso per un’economia già in forte sofferenza per le conseguenze del primo. Ora, noi non dubitiamo che queste siano le speranze del Governo; dubitiamo invece che, di fronte ad un aggravarsi della “seconda ondata” che porti in grave sofferenza le strutture sanitarie con il conseguente rischio di una reazione popolare di vasta portata, la promessa possa essere effettivamente mantenuta. Tutto dipenderà dall’evoluzione della “seconda ondata”: ovviamente ci auguriamo, una volta tanto, che la scommessa del governo su un contenimento sostanziale di essa si avveri ma, purtroppo, molti indizi giocano a sfavore di essa. Innanzitutto la situazione delle scuole che, al momento attuale, vede quasi 250 scuole chiuse ed oltre 1.500 con singole classi in quarantena, poi il fatto che anche la “prima ondata” vide il suo inizio in Italia – oggi lo sappiamo con certezza – esattamente l’ottobre di un anno fa, per poi svilupparsi in tutta la sua virulenza nei mesi successivi con il picco tra fine inverno ed inizio primavera.

Un altro e fondamentale aspetto va però considerato: dopo il primo lockdown, ci avevano promesso mari e monti. Tutte le TV nazionali facevano servizi su come sarebbero stati in questo periodo i trasporti pubblici: ogni mezzo di trasporto, su gomma o su rotaie, avrebbe contenuto la metà dei passeggeri, aumentando però allo stesso tempo il loro numero; le scuole ugualmente sarebbero state formate con classi dimezzate di numero migliorando al contempo le strutture; in tutte le sedi aziendali ci sarebbero state sanificazioni periodiche per contrastare i contagi tra i lavoratori, così come nei campi agricoli il numero di lavoratori non sarebbe stato affatto diminuito andando ad abbassarlo per ogni turno.

Dopo, gli stessi media hanno puntato la loro attenzione su discoteche e “movida” come mezzi di diffusione del contagio nei mesi estivi scorsi. Certo, anche questi sono potuti essere momenti di diffusione del contagio ma è evidente che il grosso del fenomeno si è situato altrove: nelle promesse non mantenute.

In cinque mesi sono aumentati i contagi soprattutto perché non hanno aumentato le unità dei trasporti pubblici (molti cittadini hanno usato la bici o sono andati a piedi a lavorare perché la gente nei bus e nei vagoni si trovava ad essere pressata come in una scatoletta di sardine; delle istituzioni educative abbiamo già detto prima, col rischio concreto che a breve si passerà alla didattica a distanza generalizzata – che, nonostante la retorica in “pedagogese” di cui ci hanno inondato ha mostrato tutta la sua scarsa qualità – perché non hanno migliorato le strutture e non hanno assunto nuovo personale; in molte aziende sono nati nuovi focolai di contagiati, perché i padroni delle aziende più grosse si sono accaniti per produrre più profitti, con il pretesto della crisi sanitaria, per non parlare del fatto che molti lavoratori sono in cassa integrazione e qualcuno non ha ricevuto gli assegni dei cinque mesi.

Nel frattempo, allo sfascio della Struttura Sanitaria Nazionale non si è sostanzialmente messo riparo: la cosa è evidente dal fatto che, con numeri oggi ben inferiori a quelli del tardo inverno ed inizio primavera già adesso gli operatori sanitari iniziano a denunciare il “tutto esaurito” nei posti di terapia intensiva. Dato estremamente grave perché, come abbiamo denunciato e dimostrato a più riprese sulle stesse colonne di questo giornale durante il periodo della “prima ondata”, è evidente come la letalità di una malattia sia fortemente condizionata dallo stato di salute delle istituzioni sanitarie volte a combatterle.

Tutto ciò si mostra come una sorta di coazione a ripetere da parte delle classi dominanti: un accanimento a continuare sulla stessa rotta, con l’intenzione evidente da parte di – forse – il 10% della popolazione di proseguire nella logica gerarchica del capitalismo senza guardare in faccia niente e nessuno. Continuare insomma a produrre profitti al di sopra di tutto, fregandosene della salute dei più deboli, degli anziani, degli ammalati con patologie pregresse, che continuano ad essere contagiati dal virus, un virus, del resto, non prodotto da noi ma dalle stesse logiche di potere che non tengono conto né della miseria in cui vivono la maggioranza degli uomini né degli ecosistemi naturali.

Le classi dominanti non possono nemmeno invocare, in merito, una sorta di ignoranza. Il numero di settembre de Le Scienze è uscito con uno speciale impaginato a parte – Nemici Invisibili – in cui ha raccolto tutti gli articoli in cui negli ultimi quindici anni denunciava i pericoli cui il modo di produzione capitalistico e il suo rapporto con l’ambiente esponeva l’intera umanità ed in questo stesso periodo alcuni testi divulgativi in merito hanno avuto una larghissima diffusione.

Abbiamo una sola chance, quella di spezzare le ali a chi vuole volare sulle nostre teste, chi non ci considera esseri umani al pari di loro ma solo strumenti per produrre profitti. Non abbasseranno mai le loro ali di morte se non gliele spezziamo noi. Abbiamo solo la possibilità di autorganizzarci al di fuori delle istituzioni politiche per riprenderci beni e servizi, utilizzando il mutuo sostegno, la solidarietà e la lotta. Prima che sia troppo tardi. Con tutte le misure di sicurezza sanitaria, certo: ma la dobbiamo decidere noi la nostra sicurezza, che non è solo portare la mascherina ma rimettere radicalmente in discussione l’organizzazione gerarchica della società.

Enrico Voccia e Nicola Marrazzo