Resilienzalismo strategia di sconfitta

Le prospettive del programma Next Generation UE sono tutt’altro che rosee. Il programma di finanziamento che dovrebbe mettere a disposizione dei governi europei più di 700 miliardi per superare la stagnazione economica in Europa, aggravata dalle conseguenze dell’infezione da coronavirus, non è ancora stato approvato da tutti i paesi membri. Sulla strada di questa approvazione si sono sviluppate crisi di governo in Paesi Bassi, Estonia e Slovenia, che devono sempre approvare il piano, e in Italia, che lo ha approvato ed ha presentato in fretta e furia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per poter accedere ai fondi NGEU. Di là della cause occasionali delle crisi nei vari paesi, è difficile credere che l’approvazione dell’accordo europeo e la predisposizione dei piani nazionali siano estranee alla vicenda. In altre parole, è probabile che le quattro crisi vedano sullo sfondo l’azione della Commissione Europea per ottenere esecutivi più accondiscendenti ai piani dell’Unione, come viceversa che siano le forze ostili all’approvazione del piano ad aver agito. Non si tratta solo delle forze populiste o sovraniste, o meglio queste forze sono influenzate da gruppi di pressione che fanno capo a realtà internazionali ostili all’Unione Europea.

Parlando di queste realtà, la prima che viene in mente è l’Inghilterra, che ha raggiunto finalmente l’accordo con l’Unione Europea per la sua uscita dal trattato. L’Inghilterra ha da secoli rapporti stretti con i Paesi Bassi mentre, per quanto riguarda l’Estonia, l’Inghilterra mantiene nel paese membri dell forze speciali in attuazione di un piano NATO di spionaggio ai danni della Russia. Questi rapporti assumono importanza nel momento in cui Inghilterra e Unione Europea entrano in concorrenza economica, e l’Inghilterra riprende la cosiddetta Politica dell’equilibrio riguardo all’Europa volta ad impedire che un’unica potenza assuma il controllo del continente. La ripresa europea è però vista come una minaccia anche al di fuori del continente europeo.

Nel documento ufficiale, si afferma che il Next Generation UE serve a preparare l’Unione Europea alle nuove sfide, sfide che si svolgeranno sui mercati mondiali e si svilupperanno con gli altri competitori mondiali, gli Stati Uniti e la Cina. La Cina che pare uscita per prima dalla pandemia ed ora cerca di approfittare della crisi mondiale per conquistare mercati di sbocco per le proprie merci e fonti di materie prime. Gli Stati Uniti sono stati rallentati dall’anno elettorale, oltre che da una contraddittoria gestione dell’emergenza pandemica; ora hanno trovato con Biden un campione dell’oligarchia finanziaria che cercherà di mantenere ed ampliare il ruolo di guida svolto dal paese. Se la sfida con la Cina è sul terreno della concorrenza economica, per la conquista di mercati e di fonti di approvvigionamento, con gli Stati Uniti il confronto è anche sul piano finanziario perché il piano di ripresa europeo è indipendente dal Fondo Monetario Internazionale, controllato dagli Stati Uniti, e punta a presentare in modo unitario i paesi membri sul mercato dei capitali, in concorrenza diretta quindi con gli Stati Uniti, che avranno bisogno di rivolgersi allo stesso mercato per finanziare la propria ripresa.

Il Next Generation Ue, infatti, non è finanziato direttamente dai paesi membri, ma dalla raccolta attraverso i recovery bonds, emessi dalla Commissione Europea per conto dell’Unione. Questa massiccia emissione di titoli di stato europei, necessaria a finanziare il fondo per la ripresa, potrebbe provocare un profondo cambiamento nel ruolo internazionale dell’euro. Secondo quanto scrive il sito PMI.it, “Con i nuovi titoli emessi, l’UE arriverà ad un volume di titoli di oltre 2mila miliardi di euro, una cifra pari al 17% del PIL dell’Eurozona. Aggiungendo altri titoli in euro, quali quelli titoli tedeschi e olandesi si arriva al 40% del PIL: un bacino a basso rischio e molto liquido (safe asset). Questo metterebbe l’Euro in posizione concorrenziale rispetto al Dollaro (oggi il  60% dei safe asset nel mondo sono in dollari, contro il 25% in euro)”.

Ecco perché il piano di ripresa europeo ha tanti nemici. Per essere realizzato, oltre all’approvazione in sede comunitaria, deve essere approvato dai singoli parlamenti nazionali. Su questo la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen sabato 16 gennaio ha sollecitato gli stati membri all’approvazione, annunciando fra l’altro uno slittamento dei primi finanziamenti da marzo a giugno 2021. Ecco il pericolo rappresentato dalle crisi di governo che relegano ancora il piano nel limbo delle aspirazioni.

Miserie italiane

Nell’ambito di questa incertezza a livello comunitario, il governo Conte, alla vigilia delle dimissioni dei ministri di Italia Viva, ha diligentemente svolto il compito assegnato, approvando nel Consiglio dei Ministri del 13 gennaio 2021 il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sulla falsariga della indicazioni giunte da Bruxelles.

I contributi che giungeranno da Bruxelles saranno utilizzati in parte per rifinanziare progetti in essere (che si spera saranno rilanciati ed accelerati) per 65,7 miliardi, e in parte (144,2 miliardi di euro) per nuovi progetti. I fondi europei saranno destinati per più del 70% a investimenti pubblici, e solo il 21% ad incentivi all’investimento privato. Questa caratteristica ha suscitato commenti negativi del Sole 24 Ore ma, al di là dei commenti, testimonia una realtà che si impone con la forza delle cose: l’incapacità del capitalismo di alimentare quella crescita economica di cui ha bisogno, senza il sostegno dello Stato. D’altra parte se guardiamo le aree in cui è previsto l’intervento del PNRR, (la rete ferroviaria veloce, la portualità integrata, il trasporto locale sostenibile, la banda larga e il 5G, il ciclo integrale dei rifiuti, l’ammodernamento delle infrastrutture sociale e sanitaria del Mezzogiorno) ci rendiamo conto che il settore industriale privato non le può gestire in prima persona, e il sistema creditizio può finanziare questi investimenti solo con la garanzia dello Stato. Al di là del dogmatismo ideologico dei liberisti e dei monetaristi, solo l’intervento del potere politico può consentire la raccolta dei finanziamenti, l’allocazione delle risorse, e la garanzia della redditività all’interno di un quadro che rimane capitalistico.

Secondo quanto afferma con sicumera il governo alla vigilia delle dimissioni, il Piano impatterà positivamente sugli indicatori di inclusione, equità e sviluppo sostenibile. Non si capisce da dove venga questa sicurezza, visto che poche righe sotto si riconosce che i dettagli dei progetti non sono ancora definiti. Se comunque diamo un’occhiata alla tabella di allocazione delle risorse, possiamo vedere che il totale delle risorse destinato alle prime tre missioni, più strettamente legate alle esigenze della produzione, è pari a 144,6 miliardi di euro, più del doppio di quelle destinate alle ultime tre missioni, rivolte ai servizi per la collettività, che sono pari a 65,4 miliardi di euro. Come è possibile che un piano già così sperequato in partenza possa dare come risultato una maggiore equità?

Può darsi comunque che il governo Conte possa portare a casa l’approvazione del piano, evitando così di fare da capro espiatorio nel caso, più che probabile, di fallimento del piano europeo. Next Generation EU da solo non basterà certo a rilanciare la traballante economia europea e, tanto meno, a garantire un tenore di vita accettabile ai tanti che hanno visto peggiorare le proprie condizioni con la pandemia.

Investimenti e reddito

Come ho scritto altre volte, gli investimenti non producono reddito, anzi l’aumento del reddito dei ceti popolari e l’aumento del Prodotto Interno Lordo sono inversamente proporzionali. Un esempio è dato proprio dagli investimenti nei servizi: investire nelle tratte ferroviarie ad alta velocità riduce i finanziamenti per i treni pendolari, investire in nuovi ospedali provoca la chiusura di quelli più vecchi, con diminuzione dei posti letto e dei posti di lavoro, lo stesso discorso vale per la scuola e la ricerca. D’altra parte, per quanto riguarda scuola e sanità, è probabile che gran parte degli investimenti siano destinati ai servizi privati e che gli investimenti nella ricerca siano legati alle tecnologie militari o comunque più strettamente legati alle esigenze immediate della produzione. Rendere l’economia più competitiva significa introdurre processi lavorativi che riducano la quota di forza lavoro impiegata e ridurre il costo del lavoro. In altre parole, più investimenti vuol dire meno occupazione.

Certo, le scuole e gli ospedali fatiscenti (e ce ne sono tanti!) vanno chiusi e sostituiti con strutture più efficienti ma, come dimostra la cronaca della pandemia, istruzione e salute si accrescono con maggiore occupazione, con più lavoratrici e lavoratori, che permettano cure più assidue e la riduzione del numero di alunni per classe. Migliorare la salute e l’istruzione vuol dire aumentare i servizi a disposizione delle classi sfruttate, aumentare indirettamente il reddito e, sempre indirettamente, ridurre il peso della sanità e dell’istruzione private.

Di fronte ad un vertiginoso aumento della produttività e alla trasformazione nelle modalità di lavoro con l’introduzione massiccia del lavoro agile, la lotta alla disoccupazione non può essere condotta né sulla base della difesa del singolo posto di lavoro, né chiedendo più investimenti. Solo una profonda e radicale riduzione dell’orario di lavoro può ridurre la cifra stratosferica di disoccupati prevista nei prossimi mesi.

Lo sviluppo dell’economia, a parità di prodotto interno lordo, richiede che parte del prodotto nazionale destinato ai consumi sia risparmiato e destinato all’investimento. Dal punto di vista monetario, questo passaggio può essere affrontato stampando una maggiore quantità di cartamoneta, dal punto di vista materiale occorre che quel prodotto che ieri si presentava in forma consumabile dal destinatario finale, si presenti oggi in forma consumabile all’interno del processo produttivo. Quindi, ad esempio, anziché burro bisognerà produrre rotaie per l’alta velocità. In termini di prodotto nazionale, vuol dire che quella parte del prodotto nazionale che ieri si presentava in forma consumabile dal destinatario finale e che, comunque, era insufficiente a garantire un’esistenza dignitosa ai milioni di poveri che affollano il nostro paese, si presenta oggi in forma consumabile all’interno del processo produttivo, riducendo la massa di beni e servizi destinati ai consumi popolari e gettando un’altra massa di disgraziati scelti dalla mano invisibile del mercato nelle ristrettezze e nella miseria.

A tutto questo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non dà risposte, anzi le aggrava. Il governo giallorosso, come quello gialloverde, come quello azzurro o arcobaleno, continua nella sua opera di garantire l’accumulazione capitalistica, a danno dell’ambiente e della collettività.

Tiziano Antonelli