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Un secolo di Umanità Nova

Questo che segue è l’editoriale che Errico Malatesta scrisse, cento anni fa, sul primo numero di Umanità Nova, nel pieno cuore del Biennio Rosso.

I NOSTRI PROPOSITI

(n° 1, 27 febbraio 1920)

Noi siamo anarchici, anarchici nel senso proprio e generale della parola; vale a dire che vogliamo distruggere quell’ordinamento sociale in cui gli uomini, in lotta tra di loro, si sfruttano e si opprimono, o tendono a sfruttarsi e ad opprimersi, l’un l’altro, per arrivare alla costituzione di una nuova società in cui ciascuno, nella solidarietà e nell’amore con tutti gli altri uomini, trovi completa libertà, massima soddisfazione possibile dei propri bisogni e dei propri desideri, massimo sviluppo possibile delle sue facoltà intellettuali ed affettive.

Quali siano le forme concrete in cui potrà realizzarsi quest’auspicata vita di libertà e di benessere per tutti, nessuno potrebbe dirlo con esattezza; nessuno, sopratutto, potrebbe, essendo anarchico, pensare ad imporre agli altri la forma che gli appare migliore. Unico modo per arrivare alla scoperta del meglio è la libertà, libertà di aggruppamento, libertà di esperimento, libertà completa senz’altro limite sociale che quello dell’uguale libertà degli altri.

Vi sono tra gli anarchici di quelli che amano qualificarsi comunisti, o collettivisti, o individualisti, o altrimenti. Spesso è questione di parole diversamente interpretate che oscurano e nascondono una fondamentale identità di aspirazioni; qualche volta si tratta solo di teorie, di ipotesi, con cui ciascuno spiega e giustifica diversamente conclusioni pratiche identiche.

Noi non vediamo ragione perché queste diverse categorie di compagni non possano collaborare in un’opera comune, quando il fine è comune ed i mezzi non sono contradittorii. D’altra parte, vi sono degli anarchici che danno importanza massima al fatto rivoluzionario che spezza violentemente la violenza statale ed il dominio capitalistico, per creare il nuovo ambiente dì libertà che renda possibile l’assurgere delle masse a vita più alta; e ve ne sono di quelli che fidano maggiormente nell’estendersi graduale dell’idea per mezzo della propaganda e dell’educazione.

Ciò dipende da un diverso apprezzamento della situazione, o è semplicemente una questione di temperamento o di attitudini personali; ma ciò non dovrebbe impedire una cordiale cooperazione ed un’utile divisione di lavoro.

Comunque sia, tutte queste varie tendenze, o scuole che voglian chiamarsi, troveranno in Umanità Nova il loro organo e la loro palestra, purché accettino i principi seguenti, che sono, secondo noi, il faro che guida il movimento anarchico e la via per la quale esso deve avanzare.

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Lotta contro l’ignoranza, contro la menzogna religiosa, contro i pregiudizi, le rivalità e gli odi di nazionalità o di razza; lotta contro lo spirito di dominio da una parte e di sottomissione dall’altra; lotta contro le istituzioni economiche e politiche vigenti senza alcuna transazione o cooperazione colle classi padronali o cogli organi statali; preparazione morale e tecnica delle masse all’avvento di una società in cui ciascuno abbia libero accesso alla terra, alle materie prime, agli strumenti di lavoro, in modo che nessuno sia costretto a vendere il proprio lavoro e farsi sfruttare da chi detiene i mezzi di lavoro e non li adopera direttamente col suo lavoro personale, ed in cui ciascuno sia completamente libero senza che nessuno, individuo o corporazione, possa imporgli con la forza la propria volontà.

Quindi: Abolizione del capitalismo, col suo sistema di produzione fatto per il profitto di alcuni invece che per la soddisfazione dei bisogni di tutti, e colla conseguente miseria e degradazione delle masse proletarie. Abolizione dello Stato, comunque camuffato, coi suoi organi legislativi, giudiziari e militari. Costituzione di libere comunanze (comunità anarchiche) unite volontariamente in effettiva fratellanza e cooperazione con tutti i popoli del mondo.

E, praticamente, il giorno in cui sarà abbattuto il governo e se ne avrà quindi la possibilità materiale: Presa di possesso (il più possibile ordinata e per iniziativa e con la guida dei gruppi coscienti) da parte del popolo insorto, di tutte le ricchezze esistenti, case, sostanze alimentari ed altri articoli di consumo, ed equa distribuzione fra tutti, proporzionatamente ai bisogni ed alle quantità disponibili. Sequestro, da parte dei lavoratori, della terra, delle officine, dei mezzi di trasporto, delle materie prime, delle macchine ed altri strumenti di lavoro; ed organizzazione immediata della produzione e dello scambio, per opera di tutti, a vantaggio di tutti, nei modi, sempre modificabili e perfezionabili, giudicati migliori dagli interessati. Sollecita organizzazione dell’istruzione pubblica aperta a tutti in tutti i suoi gradi, dei servizi medici ed igienici, e delle più urgenti bonificazioni del territorio in rivoluzione per l’aumento della produzione e per l’adattamento ai bisogni ed ai godimenti umani. Resistenza organizzata contro i possibili tentativi di reazione e di restaurazione del regime caduto. Opposizione ad ogni tentativo di nuovi governi, di nuove organizzazioni autoritarie ed oppressive.

Questi sono i principi ed i propositi che ci uniscono. Ché se per avventura vi fossero di quelli che, pur dicendosi anarchici, si disinteressano delle sorti della generalità e vogliono la loro libertà ed il loro perfezionamento individuale senza curarsi del benessere, della libertà e dell’elevazione morale e materiale degli altri, oppure di quelli che credono poter arrivare alla Libertà per mezzo dell’autorità — ebbene, noi non possiamo impedir loro di chiamarsi come vogliono, ma diciamo che il loro non è il nostro anarchismo. Essi potranno magari trovare ospitalità nei giornale, ma sarà solo a titolo d’informazione e di discussione ai fini della nostra propaganda.

Ma, sopratutto, pur facendo una certa parte alle disquisizioni teoriche ed alle espressioni letterarie, noi non intendiamo fare dell’accademia.

I tempi sono troppo burrascosi, gli eventi si accavallano con troppa fretta per permettere ai militanti di attardarsi in discussioni astruse ed in atteggiamenti artistici. Noi vogliamo, noi dobbiamo essere un organo di battaglia.

Quando il sistema vigente, capitalistico e statale, ha prodotto i suoi frutti peggiori; quando è evidente per tutti i pensanti, non accecati dalla sordida paura di dover rinunziare ai privilegi usurpati, la necessità di una profonda trasformazione sociale; quando tutto il paese è dolorante e fremente; quando, la rivoluzione si annunzia fatale ed imminente ed è solo questione dell’indirizzo più o meno radicale che questa rivoluzione deve prendere — noi non possiamo più limitarci ad essere un manipolo di precursori che predica e lotta per un lontano ideale di perfezione, che prevede ed ammonisce nel deserto, contentandosi di aver ragione… dopo che i fatti sono avvenuti.

Noi dobbiamo essere una forza viva che concorra continuamente, efficacemente, e quindi nel momento stesso in cui l’occasione si presenta, alla determinazione dei fatti sociali per impedire che essi sieno sfruttati dai furbi che profittano dell’ingenuità degli umili, e per sospingerli verso la piena realizzazione dell’ideale libertario.

Perciò noi dobbiamo portare la nostra propaganda in mezzo alle masse profonde. Dobbiamo far sentire la nostra voce e la nostra azione in tutte le lotte operaie, in tutti i movimenti popolari. Dovunque e sempre, noi dobbiamo suscitare nei sofferenti la coscienza viva e l’impazienza delle ingiustizie di cui sono vittime: ispirar loro fiducia nelle proprie forze e spingerli ad agire essi stessi, direttamente, in cooperazione coi loro compagni di fatiche e di aspirazione.

Questa è l’opera per cui facciamo appello a tutti i generosi che aspirano alla redenzione umana. Facciamo appello a tutti, anche a quelli che vengono dalle classi privilegiate, quando essi sentano tutta la vergogna dei loro privilegi di classe, fatti delle angosce, dello strazio, dell’avvilimento dei lavoratori e vengano a noi senza calcoli, senza ambizioni, solo per soddisfare un desiderio di bene, un anelito di amore.

Sopratutto facciamo appello ai proletari coscienti, poiché ad essi la storia assegna il compito di essere i fattori precipui dei prossimi rivolgimenti sociali.

Ai compagni, agli anarchici diciamo: date il vostro appoggio fervido, costante al vostro quotidiano se vi parrà ch’esso faccia opera utile; ma non pensate che col sostenere il quotidiano abbiate fatto tutto il compito vostro.

Il quotidiano non è che uno dei nostri mezzi d’azione. Se esso, invece di suscitare forze nuove, iniziative più audaci e più fervide, avesse ad assorbire tutte le forze nostre ed a soffocare ogni altra attività, sarebbe una sventura anziché un’affermazione di vigore, una testimonianza di forza, di vita e d ’ardimento.

Inoltre vi è una parte del lavoro che non può, per definizione, esser fatta dal giornale o dai giornali. Il giornale dovendo parlare al pubblico, deve necessariamente parlare innanzi al nemico, ed occorrono circostanze in cui il nemico non deve essere informato. A questo i compagni devono provvedere… in separata sede! Ed ora all’opera!

Errico Malatesta