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Anarchismo, Indigenismo, Decolonizzazione

Nella Collana Internazionale di Zero in Condotta è appena uscito il libro di Carlos Taibo, Anarchici d’Oltremare. Anarchismo, Indigenismo, Decolonizzazione. Di seguito pubblichiamo parte del prologo dell’autore.

Anarchici d’Oltremare. Anarchismo, Indigenismo, Decolonizzazione, Milano, Zero in Condotta, 2019

In un mio precedente libro, Repensar la anarquía, sono rimaste in sospeso alcune questioni relative al legame – tanto appassionante quanto, in tal caso, teso – dell’anarchismo europeo con quelli che per una volta, senza che diventi abitudine, chiamerò “paesi del Sud”. Proverò ora a saldare questo debito e ad affrontare, nello specifico, tre grandi temi: la condizione degli anarchici che dall’Europa viaggiarono oltremare – e che danno il titolo a questo libro, anche se rappresentano solo una parte del testo –; la spontaneità delle pratiche libertarie di molte comunità indigene in America, Africa, Asia e Oceania; e, infine, la necessità di decolonizzare una volta per tutte il pensiero anarchico, ancora troppo debitore della presunta modernità europea e occidentale.

Devo ammettere, tuttavia, che quest’ultimo tema rinvia a un compito piuttosto singolare, almeno se accettiamo – e credo sia nostro dovere farlo – che esistono ragioni sufficienti per affermare che, tra tutte le proposte ideologiche sorte in seno all’Illuminismo, l’anarchismo costituisce quella più universalista, quella che rischia meno di soccombere alle suggestioni eurocentriche e una di quelle più attente al mondo contadino ed alle sue condizioni. Quest’ultimo tema, inoltre, costituirà uno dei fili ricorrenti di quest’opera.

Come il lettore potrà rapidamente verificare, quest’opera è divisa in nove capitoli. Il primo ha la pretesa di smontare, probabilmente con scarso successo, tre equivoci terminologici. Il secondo prende in considerazione in che modo le idee anarchiche approdarono nei quattro continenti sopraccitati. Il terzo, sebbene sommariamente, affronta la condizione di quelli che chiamerò “anarchismi ibridi”. Il quarto si interessa alle pratiche “libertarie” abbracciate da tempo immemore da molte comunità umane. Il quinto considera quale fu la relazione che stabilirono gli anarchici d’oltremare – quelli giunti dall’Europa – con quelle pratiche e quelle comunità appena evocate. Il sesto studia l’influenza della modernità sull’anarchismo e, in particolare, il pregiudizio secondo cui la “civiltà occidentale” sarebbe superiore alle altre. Il settimo si approssima alle grandezze e alle miserie del discorso anticoloniale che ha preso corpo nel mondo anarchico. L’ottavo mette sul tavolo l’attualità di molti dei dibattiti precedenti, prendendo in considerazione due casi specifici come quello del Chiapas e del Rojava, che possono servire da spazio di incontro fra tradizione e decolonizzazione. Il nono, infine, intende spiegare la genuinità di una proposta come quella “anarcaindigenista”, cui non posso che augurare buona fortuna.

Anche se, come è facile immaginare, ognuno di questi capitoli potrebbe occupare un intero libro, mi è parso preferibile elaborare questa sintesi che, per un verso – almeno così voglio pensare –, rende noti fatti poco conosciuti e, dall’altro, avanza con un certo azzardo tesi che dovranno essere sottoposte ad approvazione, correzione o confutazione.

Voglio richiamare nuovamente l’attenzione sul fatto che in questo lavoro si affrontano questioni purtroppo poco dibattute. La schiacciante maggioranza degli studi sull’anarchismo, infatti, ha per oggetto il contesto europeo o, al massimo, quello statunitense. Se in quest’opera la mia attenzione si è concentrata in buona misura sull’America Latina, ho cercato in ogni caso di avvicinarmi anche a suggestive realtà che si sono fatte valere in Africa, in Asia ed in Oceania. Non occorre sottolineare che non mancano coloro che sostengono che, nonostante le apparenze, ci sono stati, e forse ci sono, più anarchici lontano dal mondo occidentale che in quest’ultimo. D’altra parte, se è vero che disponiamo di molti studi di carattere generale sull’anarchismo, non sono invece molti quelli che si sono interessati a contesti geografici locali, forse a causa della presunzione, poco azzeccata, che l’anarchismo si è configurato in modo simile nei luoghi più diversi. Al fine di rendere il panorama ancora più complesso, nell’affrontare molti dei temi che interessano questo libro, si prenderà in considerazione tanto il contributo degli storici quanto quello degli antropologi, con tutte le difficoltà che la transdisciplinarità comporta. Gli antropologi, in particolar modo, si sono spesso dedicati allo studio di un oggetto così inquietantemente paludoso come le pratiche libertarie dei popoli indigeni. Se in alcuni casi, tali pratiche rimandano al passato, in altri costituiscono una realtà attuale e, magari, futura. Se alcune volte la loro impronta è profonda, altre volte si rivela, al contrario, molto debole.

Devo aggiungere che i principali oggetti di studio di questo libro non sono in alcun modo realtà marginali. A tal proposito occorre sottolineare che l’anarchismo, ed in particolare l’anarcosindacalismo, è stato una corrente assai importante, in molti casi egemonica, all’interno del movimento operaio latinoamericano nelle prime due decadi del XX secolo, così come la sua presenza risultò significativa nell’oriente asiatico e non mancò di affacciarsi in Africa ed in Oceania. Occorre ricordare, inoltre, che la questione della necessità di decolonizzare l’anarchismo, purtroppo, è stata per lungo tempo lontana dalle preoccupazioni degli anarchici europei. Sono fermamente convinto, tuttavia, che tale processo, insieme a quello dell’ibridazione tra anarchismo ed indigenismo, possa apportare quella nuova linfa vitale di cui abbiamo indubbiamente bisogno. Imparare dai popoli indigeni e sostenerli è sempre, in ogni caso, un compito senz’altro onorevole. A tal proposito, un modo per farlo consiste nel tentare di allontanarsi dal linguaggio farraginoso, spesso indecifrabile, che da diverso tempo a questa parte si è infiltrato in tutte le scienze sociali.

Mi piacerebbe sottolineare, d’altra parte, che questo testo intende essere molto cauto in tutte le sue considerazioni. Basterà ricordare – lo farò in un paio di occasioni lungo queste pagine – che i dati con cui ho lavorato non sempre restituiscono certezze rispetto alla condizione degli oggetti studiati, di modo che la cosa più saggia – lo ripeto – sta nel considerarli soggetti a revisione, in modo tale da poterne confermare le conclusioni o, al contrario, rigettarle. Con questa premessa, il periodo di cui soprattutto mi occuperò nelle pagine seguenti, quello che intercorre tra il 1870 e il 1930, accoglie realtà incredibilmente variegate. Per concludere, non mi resta che ammettere come nel testo ci siano ambiti di interesse fondamentali rispetto ai quali le riflessioni incluse in queste pagine, senza dubbio, non risultano sufficienti, così come a tal proposito non risultano sufficienti le mie conoscenze. Mi riferisco, principalmente, a quanto riguarda le donne, sia pure queste appaiano con frequenza nella rassegna dei tempi passati e, in particolare, nella rivendicazione contemporanea della proposta “anarcaindigenista”. Ma penso anche, per citare un’ulteriore questione, alla difficoltà di valutare quale sia stata la relazione storica che unisce l’anarchismo alle rivendicazioni dei diritti animali; una rivendicazione che sempre più persone, con buone ragioni, hanno fatto propria.

Carlos Taibo*

*Carlos Taibo è professore di Scienze Politiche presso l’Università Autonoma di Madrid. Tra le sue opere troviamo Repensar la anarquía (Los Libros de la Catarata, Madrid, 2013), ¿Tomar el poder o construir la sociedad desde abajo? (Los Libros de la Catarata, Madrid, 2015), Anarquismo y revolución en Rusia (1917-1921) (Los Libros de la Catarata, Madrid, 2017), Libertari@s. Antología de anarquistas y afines para uso de las generaciones venideras, y de las que no lo son tanto (Los Libros de la Catarata, Madrid, 2017), e Los olvidados de los olvidados. Siglo y medio de anarquismo en España (Los Libros de la Catarata, Madrid, 2018).

Il libro può essere richiesto a: ZERO IN CONDOTTA Casella Postale 17127 – Milano 67 20128 Milano
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