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Feisal, “Sahid” e gli altr*

La notizia della morte di un prigioniero nel CPR di Torino è arrivata come un pugno nello stomaco.
Lo hanno trovato all’alba dell’8 luglio all'”Ospedaletto” che non è una struttura sanitaria, ma una sezione di isolamento con celle singole e un pollaio con le sbarre dove fare l’aria da soli.
Siamo tornati di colpo alla primavera del 2008.
Undici anni fa le casette del CPR erano nuove, appena consegnate alla Croce Rossa militare dalle ditte che avevano effettuato i lavori di raddoppio e ristrutturazione del CPR inaugurato nell’estate del 1999 in un’area militare dismessa. Nei primi dieci anni i prigionieri erano stati costretti in container bollenti d’estate e gelidi d’inverno. Loculi per gente viva. Le casette in muratura vennero presentate come un miglioramento. Una settimana dopo un tunisino di 32 anni, Fathi, morì in una di quelle casette nuove nuove. Stava male dal mattino precedente, ma nessuno ascoltò i suoi compagni che chiedevano inutilmente che venisse soccorso. Dichiararono: “urlavamo come cani al canile, ma nessuno si è mosso”. La mattina successiva era morto.
La notizia finì sulla prima pagina dell’edizione torinese di Repubblica. Le proteste dei detenuti, le tante iniziative di lotta di quei mesi, quando un altro ministro dell’Interno leghista, Roberto Maroni, estese la detenzione nelle prigioni per migranti a sei mesi, sono parte della storia della lunga lotta perché questi lager vengano definitivamente chiusi. Lo strascico di arresti, processi e condanne non ha mai fermato la lotta.
Specie quella dei prigionieri che hanno più volte fatto a pezzi e bruciato le casette circondate da recinzioni e filo spinato di Corso Brunelleschi.

In questo luglio c’è morto Feisal Hossein. Pare che fosse in isolamento da mesi. Nessuno si è curato di lui. Un vuoto a perdere. Come tutti al di là di quelle mura, dove la vernice copre le scritte di libertà che poi qualcuno verga di nuovo. Una prigione per senza documenti, un posto dove si finisce per un illecito amministrativo, un luogo dove non valgono le regole che tutelano chi ha in tasca un documento che ne certifica il diritto a risiedere in Italia.
Chi finisce al CPR fa fatica persino a nominare un legale. Il CPR è una discarica sociale, dove vengono raccolti i nemici di una guerra non dichiarata ma ferocissima.
L’Ospedaletto è un non luogo, dal nome che allude alla cura ma rimanda agli antichi ospitali per poveri. Un lazzaretto per indesiderabili. Chi protesta, chi non ci sta con la testa, chi è inviso agli altri ci finisce a discrezione dei gestori di questa prigione gestita dalla Gepsa, una multinazionale con base in Francia, specializzata nelle gestione di luoghi di detenzione. Gepsa non ha un indirizzo o una base, foss’anche virtuale in Italia, dove ha in gestione anche altri luoghi di concentramento per migranti. Di certo sappiamo che prende 38,5 euro per ogni recluso nel CPR. Quando ci morì Fathi, nella notte tra il 23 e il 24 maggio 2008, la Croce Rossa ne prendeva quasi il doppio. Basterebbero queste cifre per capire come si viva dietro le recinzioni del CPR di Torino.
Dell’uomo morto al CPR il 7 luglio sappiamo poco, il poco che in queste ore sta filtrando oltre le mura. Forse un senzatetto, male in arnese. Forse il male di vivere gli stringeva la gola. Forse si chiamava Feisal Hossein ed era originario del Bangladesh. Forse.

Un giornalista a caccia di scoop ha inizialmente diffuso la notizia che si chiamasse Sahid e fosse stato posto in isolamento dopo aver protestato per uno stupro subito da altri prigionieri.
La storia è autentica, ma “Sahid”, il cui nome vero non è opportuno divulgare, è ancora vivo, seppellito in un loculo bollente dell’Ospedaletto. La polizia lo ha convinto a non sporgere denuncia.
Se in un altro loculo Feisal non fosse uscito in un sacco nero, della storia di soprusi e connivenze di “Sahid” non sapremmo nulla.

Forse i prigionieri del CPR conoscevano poco Faisal. Forse. Ma non hanno avuto dubbi quando hanno saputo che uno di loro era morto a 32 anni in un buco bollente, in fondo ad una prigione, dove tutti vivono sospesi, perché la condizione migrante ti ruba pezzi di vita, ti mette tra parentesi, in attesa che un colpo di dadi decida se verrai deportato o tornerai a vivere sul filo del rasoio, con l’occhio attento alla pattuglia, mentre campi una vita che comunque non è quella che volevi, in condizioni di continua precarietà, super sfruttamento. Clandestina.
Sin dalle prime ore di lunedì materassi e suppellettili sono stati bruciati.
In serata alle mura del CPR si sono raccolti numerosi solidali. Da dentro si sentivano forti le voci di risposta alle parole di sostegno alla lotta, agli slogan. Libertà, libertà in tante lingue. La polizia ha sparato lacrimogeni dentro al CPR.
Ad un tentativo di blocco dei manifestanti su via Monginevro la polizia ha risposto caricando e distribuendo manganellate.
Il giorno successivo il CPR era più silenzioso, i manifestanti fuori erano molti di più. Poi all’improvviso un uomo con una bandiera improvvisata è salto sul tetto di una delle sezioni. Gridava “aiutatemi!”. Sul lato opposto si è levata una colonna di fumo nero, un odore acre si è sparso per l’aria. Poco dopo altro fumo e altre fiamme.
I manifestanti hanno bloccato la strada e poi hanno fatto un corteo comunicativo per le strade silenti del quartiere prima di tornare per un ultimo saluto al CPR.
Si sono sentite le sirene di un’ambulanza. Forse uscita dall’ingresso di via Mazzarello. Forse.
La polizia è entrata in due sezioni, ancora non sappiamo in quali, distribuendo manganellate ai rivoltosi.
Faisal era uno di loro.
Sapevano che morire a 32 anni in un loculo bollente senza che nessuno se ne accorga è normale solo in un lager.
A questa normalità non intendiamo rassegnarci. Chi tace è complice.

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