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La nostra “Fase due”

Ci siamo?

Si moltiplicano le voci che chiedono una più o meno graduale uscita dalla fase dell’emergenza, a partire dalla ripresa della produzione. Da una parte si strumentalizza il disagio sociale provocato dal coprifuoco generalizzato e dalla diminuzione del reddito provocato dalla chiusura di molti posti di lavoro; dall’altra, si strombazza un presunto rallentamento dell’epidemia.

Cominciamo da quest’ultimo punto. Non sono un tecnico ma provo comunque a fare due conti, soprattutto mettendo a confronto le dichiarazioni dei tecnici e dei politici riportate dai mezzi di comunicazione. Secondo i dati rilasciati il 18 aprile, il numero dei nuovi contagi registrato nelle ventiquattr’ore precedenti era stato di 3.491, il numero dei pazienti guariti era stato di 2.200: l’epidemia, quindi, è ancora in espansione. Gli unici segnali positivi vengono dalle percentuali: la percentuale di aumento dei guariti è del 5,15, quella dei nuovi casi è del 2,02; si tratta però di un effetto ottico perché questa differenza di percentuale deriva solo dalla diversa base su cui è calcolata: 44.927 il totale dei guariti, 175.925 il totale dei contagiati. Anche la lenta diminuzione della percentuale giornaliera di aumento dei contagiati è il risultato dell’inevitabile aumento della base di calcolo.

La crescita dell’epidemia sta comunque rallentando: i nuovi casi giornalieri sono passati da un picco di 6.557 il 21 marzo ai 3.491 del 18 aprile. Questi numeri, però, non sono il prodotto delle misure del governo, ma il prodotto delle misure che il governo è stato costretto a prendere sotto la pressione della classe operaia, così come la fornitura di dispositivi individuali di protezione più efficaci è stata il prodotto della mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità. Ci son voluti i blocchi e gli scioperi spontanei, c’è voluta la minaccia dello sciopero generale del 25 marzo per portare il governo a decretare una chiusura tardiva e incompleta delle attività produttive; c’è voluta la minaccia dello sciopero dei lavoratori della sanità per arrivare a una distribuzione capillare di quei dispositivi individuali che il piano pandemico elaborato dal governo prevedeva distribuiti nella prima fase della minaccia del coronavirus.

Da una parte la ricerca del profitto individuale, dall’altra la disorganizzazione tipica di ogni struttura gerarchica hanno favorito la diffusione dell’epidemia. Il confinamento sociale, il coprifuoco, sono stati usati dal governo per scaricare sui singoli le responsabilità sociali dell’epidemia, così che ogni singolo cittadino non solo è stato bollato come un potenziale veicolo di infezione, ma ogni aspirazione alla libertà è diventata un atto contro la collettività. Così, i veri responsabili della tragedia che stiamo vivendo sono diventati i giudici dei comportamenti personali.

Poteva essere fatto qualcosa di diverso? Potevano essere coinvolti i cittadini, attraverso le organizzazioni di volontariato, nella distribuzione dei beni e servizi di prima necessità, sottraendo persone e cose alla logica concorrenziale e individualistica del mercato; ancora una volta, però, il governo ha preferito tutelare gli interessi della grande distribuzione organizzata, uno dei più potenti settori economici delle società contemporanee; tanto potente che riesce persino a disegnare le città secondo i propri interessi. In questi giorni si sono viste davanti ai supermercati lunghe file in attesa per ore, che sopportavano pazientemente quell’inaspettata libertà dalle quattro pareti domestiche, che potevano invece collaborare all’interno di un modello solidaristico e rendersi più utili a sé stessi e agli altri.

Il ruolo centrale della classe operaia

Una delle riflessioni che mi stimola il dramma che stiamo vivendo è la perniciosità del mercato. Basti pensare alla narrazione più diffusa sull’origine del contagio che sarebbe avvenuta all’interno di un mercato di Wuhan, basti pensare che oggi proprio quelle file davanti ai supermercati vengono individuate come uno dei luoghi di diffusione della pandemia. Che tra la fase della distribuzione e la fase del consumo debba esserci la fase dello scambio è uno dei dogmi dell’economia. Se, però, la produzione e la distribuzione fossero organizzate in un’ottica unitaria, basata sulla libera associazione di produttori e consumatori, non ci sarebbe bisogno dello scambio: la distribuzione sarebbe la diretta mediatrice della produzione, attraverso la distribuzione dei fattori della produzione prima e del consumo poi e attraverso la distribuzione dei beni e servizi prodotti.

Ancora una volta, l’adeguata profilassi si incontra con la prospettiva di trasformazione sociale: l’uscita dalla società mercantile è altrettanto importante della fornitura adeguata di ventilatori polmonari. Fino a quando il prodotto del lavoro avrà forma di merce, la stessa capacità lavorativa avrà forma di merce, e il reddito del produttore reale avrà forma di salario. Non è possibile uscire dalla società della proprietà privata e del profitto individuale senza abolire il salario e senza abolire il mercato.

Un’altra riflessione riguarda il ruolo centrale della classe operaia. Abbiamo già visto il ruolo che le mobilitazioni spontanee delle lavoratrici e dei lavoratori hanno avuto nello spezzare in parte gli egoismi della Confindustria e del governo. Gli alti lamenti degli industriali e degli agrari, col controcanto dei loro reggicoda politici, sono provocati dall’impossibilità di sfruttare liberamente la classe operaia. La prevista regolarizzazione di 600 mila migranti, ad esempio, è condizionata alla disponibilità a lasciarsi sfruttare per un anno, mentre da altri settori degli agrari si richiedono i voucher. La battaglia che si sta combattendo attorno alla riapertura delle fabbriche o, meglio, al ritorno della forza-lavoro in fabbrica, dimostra che senza il soffio vivificante del lavoro umano l’immensa massa di mezzi di produzione, il capitale, è incapace di generare alcunché; dimostra che l’eletta cerchia di capitani d’industria, geni della finanza, eleganti signorotti di campagna non sa fare altro che succhiare il sangue della classe operaia e, quando la fornitura di sangue si riduce, è preda della più cupa disperazione.

La “fase due” che sta progettando il governo assegna sempre alla classe operaia la funzione di fondamento della piramide sociale: sul suo sacrificio si costruisce la ricchezza della parte rimanente della società. Le regole di comportamento sociale, gli interventi degli psicologi e dei sindacalisti di regime, il cappio del debito, hanno come scopo di disciplinare il comportamento della forza lavoro affinché produca quel sovrappiù di cui si impadroniscono le classi privilegiate.

Una politica di classe

La tragedia provocata dalla pandemia è l’ultima prova che questo sistema è marcio ed è incapace di andare avanti senza provocare miserie, malattie, morte e guerre. La causa principale di tutte le sofferenze, delle miserie materiali e morali che assillano la società è lo sfruttamento che i capitalisti, agrari, industriali, commerciali e finanziari, esercitano sulla classe operaia grazie al monopolio, garantito dallo stato, dei mezzi di produzione e di scambio.

Per sopprimere radicalmente e senza pericolo di ritorno questo sfruttamento occorre che le lavoratrici e i lavoratori siano convinti del loro diritto all’uso dei mezzi di produzione e che attuino questo diritto espropriando i detentori del suolo e di tutte le ricchezze sociali, mettendo quello e queste a disposizione di tutti. Su questa base sarà possibile costruire la libertà. Non la libertà di andare al supermercato o di scegliere un canale della televisione: la libertà dallo sfruttamento che si ottiene solo imponendo l’espropriazione agli attuali proprietari, quella libertà degli sfruttati che si presenta agli occhi degli sfruttatori, dei pennivendoli che li adulano e dei vagabondi in divisa che li difendono come la più atroce delle tirannie.

Questa espropriazione va preparata: nelle lotte di oggi va costruita l’unità di classe, vanno costruite nuove strutture o modificate quelle esistenti perché riescano a esprimere l’autonomia della classe operaia rispetto alla borghesia, e questo può essere fatto solo sviluppando metodi organizzativi libertari e federalisti, sviluppando quelle forme consiliari che, attraverso l’autogestione delle lotte, portino all’autogestione della produzione e della società.

È evidente che anche nella “fase due” gli interessi di padroni e operai sono contrapposti. È importante quindi che la lotta si sviluppi, e non solo perché attraverso la lotta si ottiene quell’educazione pratica che sviluppa nel lavoratore la coscienza di classe. È importante soprattutto perché, come abbiamo visto le scorse settimane, è attraverso la lotta che la classe operaia ha imposto le proprie ragioni, sarà con la lotta che le imporrà domani, difendendo anche gli interessi dell’intera società. La causa della libertà, la causa della rivoluzione sociale ha solo da guadagnare dal fatto che lavoratrici e lavoratori si uniscano e lottino; ha solo da guadagnare dall’unità e dall’autonomia di classe. È necessaria quindi una politica di classe, che dia battaglia sul tema della salute, del lavoro a distanza e del reddito.

La salute prima di tutto

I lavoratori non devono essere i capri espiatori su cui rovesciare le inefficienze delle dirigenze aziendali e dei controlli pubblici. Le misure di cui si parla sono poco chiare, inefficaci, e hanno ricadute sui diritti dei lavoratori. Il distanziamento non deve avvenire solo sul posto di lavoro ma coinvolge mense, spogliatoi e i mezzi pubblici per recarsi al lavoro. È necessario, quindi, che il trasporto pubblico sia potenziato prima della ripresa produttiva, permettendo anche su treni e autobus il distanziamento sociale. Secondo la RSU della GKN di Campi Bisenzio (FI) «le misure di scansione termica all’entrata del luogo di lavoro non hanno nessuna reale efficacia nel contenere il contagio (…). In compenso violano lo Statuto dei lavoratori e costituiscono un grave precedente». È fondamentale quindi che in ogni luogo di lavoro gli accordi vengano presi per iscritto e con un forte protagonismo delle RSU e dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, che non devono limitarsi ad apporre la propria firma a quanto deciso dalle direzioni aziendali o dalle segreterie sindacali.

Le trappole del lavoro a distanza

Il lavoro a distanza è dilagato con l’emergenza coronavirus. In questo modo i datori di lavoro sono riusciti a rompere ogni barriera fra tempo di lavoro e tempo libero, inseguendo il lavoratore fino nel focolare domestico, ottenendo così anche di scaricare sul lavoratore costi fissi precedentemente a carico del datore di lavoro.

Questo tipo di lavoro presenta rischi e inconvenienti che non sono stati successivamente valutati e che meritano una risposta di classe. Innanzitutto, rappresenta un affare per le piattaforme che forniscono queste soluzioni, non solo perché vendono alle aziende i loro prodotti ma anche perché possono gestire una massa maggiore di dati. Basti pensare all’uso disinvolto e redditizio che i grandi gruppi capitalistici, tipo Google o Facebook, fanno dei dati raccolti.

Gli strumenti informatici, soprattutto se usati per videoconferenze, consentono il controllo del lavoratore da parte delle direzioni aziendali, sia direttamente sia  – come avviene per la didattica a distanza – indirettamente, tramite il cosiddetto animatore digitale. Anche questa modalità di lavoro si è andata diffondendo, senza preoccuparsi del suo conflitto con l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori che proibisce la videosorveglianza dei lavoratori.

Un altro aspetto è quello della salute, soprattutto per quei lavori che non prevedevano l’uso del videoterminale. La didattica a distanza, ad esempio, si basa su un uso di questi strumenti senza che i lavoratori siano stati informati e i rischi valutati dal medico competente; ancora meno è stata attivata presso l’INAIL la relativa copertura assicurativa per malattie professionali derivanti da tali strumenti. In pratica, il rapporto col supporto informatico ha sostituito completamente il rapporto in cane ed ossa, saturando il tempo di lavoro del dipendente.

Il reddito fra debito, investimenti e carità

Le misure successive adottate dal governo hanno avuto un impatto devastante sul reddito dei ceti popolari. Per quanto riguarda le partite IVA, l’INPS ha comunicato di avere attivato al 18 aprile 3 milioni e 100 versamenti del bonus da 600,00 euro, che fanno un totale di un miliardo e 860 milioni di euro, meno dello 0,5% di quanto promesso ai capitalisti grandi e piccoli. Per la cassa integrazione, invece, e per i buoni spesa in realtà il governo non ha tirato fuori un soldo, perché la cassa integrazione è alimentata dai contributi dei lavoratori e i buoni spesa sono finanziati con somme già stanziate in bilancio e non ancora erogate agli enti locali.

La campagna per il reddito di quarantena ha il merito di mettere in luce queste contraddizioni dell’azione del governo: essa rivendica il diritto di tutti al reddito, a fronte di una catastrofe di cui gli stati sono corresponsabili, mostrando inoltre che i soldi ci sono, ma il governo preferisce spenderli, ancora una volta, nell’assistenzialismo per ricchi. I punti deboli si possono riscontrare, da una parte, nell’incapacità di uscire dal rapporto monetario e, dall’altra, di essere succube della politica di aumento dell’indebitamento decisa dalle istituzioni internazionali.

Anziché rivendicare la distribuzione gratuita di beni e servizi indispensabili (ad esempio quelli che concorrono a formare l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati), si rivendica una somma di denaro che sarà rimangiata dall’inflazione una volta che gli effetti combinati dell’aumento del circolante e del debito pubblico si dispiegheranno nei vari settori economici. La politica di aumento del disavanzo sarà poi fatta pagare ancora una volta ai ceti popolari: l’espansione monetaria e il disavanzo di bilancio, fin dalla metà del secolo scorso, sono strumenti usati dai governi per ridurre i salari reali e trasferire quote di reddito dai salari ai profitti. Una rivendicazione che vada a vantaggio degli sfruttati, quindi, non può tradursi in una legittimazione degli strumenti del potere.

Di fronte al dispiegarsi della seconda fase dell’emergenza proclamata dal governo il 31 gennaio, quindi, è necessaria una risposta unitaria e autonoma degli sfruttati. È compito del movimento anarchico provocare e incoraggiare questa risposta.

Tiziano Antonelli