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Questa è la scuola che non si ferma!

La riapertura delle scuole è solitamente un momento di grande caos, dato che ogni anno si deve far fronte allo scompenso fra necessità e risorse. Da anni i tagli sul personale e sulle classi, il ricorso perpetuo al precariato, i problemi di spazi e strutture rendono l’avvio d’anno una fase travagliata e confusa. Quest’anno le problematiche legate al Covid-19 stanno rendendo evidenti in modo massiccio problemi endemici cui i governi non hanno mai dato soluzione. La scuola è sempre di più una questione centrale nel dibattito politico e nello scontro sociale. Il mese di agosto si è chiuso con due giornate di sciopero, il mese di settembre è costellato di iniziative di lotta: la manifestazione dei precari del 2 settembre, lo sciopero di gran parte del sindacalismo di base il 24 e 25 settembre, la manifestazione indetta dal comitato Priorità alla Scuola per il 26 settembre.

Nel frattempo le scuole hanno riaperto per le varie attività precedenti l’inizio delle lezioni e sui posti di lavoro, quotidianamente, si conducono lotte e vertenze molto impegnative.

Da marzo le lezioni sono state interrotte per l’emergenza Covid-19 ma, alla vigilia della annunciata ripresa delle lezioni, i problemi sono rimasti tutti sul piatto e le rivendicazioni insistentemente portate avanti da lavoratrici e lavoratori della scuola, dai sindacati di base, da studenti e da vari settori sociali sono state disattese. “La scuola non si ferma” è stato lo slogan retorico con cui nei mesi scorsi è stata promossa la Didattica a Distanza ma potrebbe essere lo slogan reale ed identificativa di chi in questi mesi non si è mai fermato davvero, perché tante sono state le costanti azioni di lotta e di protesta portate avanti in questo periodo contro scelte scellerate, chiedendo a gran voce cose indispensabili: riduzione del numero di alunni per classe; aumento dell’organico docente ed ATA; interventi di edilizia scolastica e reperimento di ambienti sicuri e idonei per lo svolgimento delle attività didattiche. Operazioni da fare in contemporanea, perché senza spazi è impossibile sdoppiare le classi e senza organico non si possono ricoprire le necessità di personale per il funzionamento di un numero maggiore di classi. Sono stati dati anche dei numeri, per gestire concretamente le rivendicazioni: massimo 15 alunni per classe, 240.000 assunzioni docenti, 40.000 assunzioni ATA, 13 miliardi per l’edilizia scolastica ma niente di tutto ciò è stato fatto.

A primavera, in piena fase-uno Covid-19, con l’assenso dei sindacati confederali, è stato confermato il consueto decreto sugli organici, che ha ribadito i parametri di sempre, quelli che prevedono le classi pollaio. Tra giugno e luglio, poi, incuranti del dilagare delle proteste, governo e ministero non hanno fatto interventi in fase di adeguamento di organico. Su quali posti verranno attuate le tanto sbandierate assunzioni? Tutta l’operazione si rivela un gigantesco bluff: per i precari storici vengono indetti concorsi che si svolgeranno – pandemia permettendo – tra qualche mese, quindi niente stabilizzazione per avviare un anno scolastico particolarmente problematico ma una nuova corsa ad ostacoli con percorso selettivo. Intanto l’anno parte con un decreto sulle assunzioni firmato tardissimo, il 28 di agosto, che prevede appena un quinto delle necessità e che introduce l’organico Covid, un serbatoio di supplenti “usa e getta”, licenziabili in caso di lockdown totale o parziale, con inquadramento completamente decontrattualizzato e sistema di reclutamento ancora non definito. Anche le assunzioni “regolari” dei precari saranno però caotiche, visti tutti gli errori nelle graduatorie appena rinnovate, che determineranno ricorsi e cambiamenti di docenti, con caroselli che complicheranno ancora di più una situazione già pazzesca.

Stessa situazione per quanto riguarda gli spazi. Già in situazione “normale” l’edilizia scolastica è un disastro ed in ogni scuola almeno un’ aula o due sono inagibili. Sui 40.000 edifici del patrimonio scolastico, in situazione ordinaria si perdono 80.000 aule per mancata manutenzione e messa a norma. La situazione Covid-19 e le specifiche esigenze di sicurezza rendevano improrogabili interventi ed investimenti suppletivi, che potevano essere attuati proprio utilizzando i sei mesi di chiusura delle scuole che ci sono stati. Si è invece spostato la questione verso ipotesi fantasiose, dal terzo settore, alle scuole private, alle parrocchie, agli oratori, ai parchi e ai teatri, persino agli affitti dai privati, incentivando la speculazione e bruciando soldi, pur di non mettere in campo interventi duraturi ed almeno parzialmente risolutivi. Comunque anche molte di queste presunte soluzioni si sono rivelate insufficienti o non sono proprio andate in porto.

Per cui riguardo alla questione distanziamento, importantissima per la sicurezza in un settore che non è paragonabile ad altri per concentrazione obbligata di persone (tutta la popolazione italiana fra i 3 e i 19 anni va a scuola) in uno stesso spazio per molte ore continuative, il governo ha operato semplicemente riducendo le misure di sicurezza.

Il comitato tecnico scientifico ha stabilito la misura di 1 metro lineare di distanziamento tra le bocche, misura più bassa in Europa, che si discosta anche da 1,96mq per studenti previsti dalla normativa ordinaria e con quel criterio si è proceduto a prevedere banchini monoposto più piccoli (50×60 anche nelle superiori), con ribaltine, rotelle etc. per comprimere più studenti nello stesso spazio. Insomma, le classi pollaio sono diventate classi alveare. Analoga soluzione per i mezzi di trasporto, che alcune settimane fa si è realizzato essere un problema: finora occupabili al 50% ma – curiosamente – in fase di ripresa di contagi portati all’80%, con possibile estensione al 100% se il percorso è inferiore ai 15 minuti e comunque fra compagni di classe considerati “congiunti”. I protocolli del CTS, organismo non certo neutro ma subordinato alle esigenze economiche e politiche, tanto flessibile da modificare i parametri nel giro di mezza giornata, sono stati sottoscritti puntualmente da CGIL, CISL, UIL e SNALS, i sindacati concertativi e “responsabili”, quelli che si stracciano le vesti ma che firmano diligentemente ogni schifezza, che accettano tutto, anche che si riparta senza sicurezza, senza protocolli INAIL, senza adeguate protezioni per studenti e lavoratori fragili, con spazi inadeguati e organici insufficienti.

Allora quale sarà il piano B? Cosa succede se questa situazione assolutamente inadeguata dovesse produrre contagi e se alcune classi o scuole intere dovessero chiudere? La soluzione in questo caso è pronta, è stata preparata con cura e attenzione, su quella sì che c’è stato un vero e proprio impegno da parte di una cordata che oltre a governo e ministero coinvolge settori economici, lobbies informatiche e consistenti circuiti d’interesse. La soluzione è la Didattica a Distanza.

Infatti non è vero che in questi mesi non è stato fatto niente. Il ministero ha sfornato quintali di linee guida, note, circolari, ordinanze con cui di fatto si cercava di ristrutturare il settore scuola. In questi sei mesi in modo del tutto anomalo, decontrattualizzato, “emergenziale”, è stato imposto il telelavoro in un settore che non lo conosceva: lo smartworking per gli impiegati e la didattica a distanza per i docenti. A giugno sono state emanate linee guida per distruggere l’impianto contrattuale dell’orario e passare alle organizzazioni flessibili, dando carta bianca ai dirigenti in nome dell’autonomia e sollecitando ripartenze spericolate a settembre.

La DaD ha lasciato fuori il 30% degli studenti, ha comunque deprivato la relazione di chi ha potuto accedervi, ha impoverito la didattica, ha reso ancora più gerarchica la scuola, ha costituito l’incubo di famiglie, soprattutto di madri, ma non importa. È stata uno strumento formidabile, un affare colossale su cui si sono addensati gli interessi di chi da tempo punta a ridisegnare la scuola all’insegna di una produttività coerente con le logiche del mercato. L’emergenza sanitaria ha costituito l’occasione di una gigantesca macrosperimentazione, realizzata con le condizioni ottimali di omogeneità, di diffusione e di concentrazione di tempi.

Per capitalizzare tutto questo occorre rendere la DaD uno strumento permanente, da utilizzare fuori emergenza. Ecco dunque che nella prima decade di agosto sono arrivate le linee guida per la nuova versione della DaD, che si chiama ora DDI, Didattica Digitale Integrata. Alla didattica in presenza si possono abbinare forme di Didattica a Distanza che rendono possibile scomporre le classi tenendo un gruppo a scuola e uno a casa, oppure facendo frequentare la scuola a settimane alterne da intere classi o facendo recuperare da casa le riduzioni dell’ora di lezione. Sono le forme “blended” ed ibride della DAD su cui Confindustria (e non solo) ha espresso incondizionati entusiasmi. Sono le soluzioni flessibili attuate dai dirigenti che assecondano senza battere ciglio la scelta governativa di non dare risorse reali di spazi e di organici. Possono servire nell’immediato per mettere una pezza sulle inadeguatezze della ripartenza ma servono soprattutto a ristrutturare in modo permanente un intero settore ed a ridefinire la normalità della scuola che qualcuno sogna da tempo.

Allora ora più che mai occorre contrastare con forza queste manovre, con decisione, lucidità e determinazione. Occorre farlo nelle scuole, dove il braccio di ferro è durissimo e costante. Occorre farlo fuori, con forme visibili che attivino solidarietà concreta, perché la scuola è una questione sociale sui cui, oltre all’impegno delle lavoratrici e dei lavoratori, ci deve essere un’assunzione di impegno forte e generalizzato. I precari si stanno muovendo, pur all’interno di una galassia che richiederebbe una visione complessiva per rivendicazioni significative. I sindacati di base (ad oggi CUB, Unicobas, USB) per il 24 e 25 settembre hanno in programma scioperi che vanno sostenuti senza esitazioni. Il 26 settembre la manifestazione promossa dal comitato Priorità alla scuola si configura come un appuntamento importante. CGIL, CISL,UIL e SNALS hanno firmato il protocollo per il rientro, quello che rimanda la questione del sovraffollamento delle classi a un vago futuro, che prevede i supplenti licenziabili, la Didattica Digitale Integrata, il ricorso stabile al lavoro agile ed a tutte le forme di flessibilità possibili ed immaginabili, oltre alle vergognose deroghe in materia di sicurezza. Nonostante questo, i medesimi sostengono la manifestazione del 26 settembre, con l’evidente intento di isolare la protesta di Priorità alla Scuola, che nei mesi è cresciuta, dalla protesta radicale di chi sciopera, dai lavoratori che concretamente, giorno per giorno, contrastano quegli attacchi di cui altri sindacati sono corresponsabili. Lavoriamo con compattezza e solidarietà alla riuscita degli scioperi di settembre e supportiamo tutte le manifestazioni, organizzate e spontanee, che diano una risposta di lotta decisa e lucida all’ennesima, gravissima, manovra di ristrutturazione profonda di un settore strategico.

Patrizia Nesti