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Shahram Khosravi, Io sono Confine

Shahram Khosravi, Io sono Confine, Milano, Eléuthera, 2019.

 I. La versione originale di questo libro, uscita in inglese nel 2010, era intitolata: ‘Illegal’ traveller. An auto-ethnography of borders. Avevo usato il termine traveller – “viaggiatore” – invece di migrante o profugo per contestare la gerarchia imposta dall’odierno regime delle frontiere alla mobilità, che discrimina tra viaggiatori “qualificati” (turisti, espatriati, avventurieri) e “non qualificati” (migranti, profughi, persone prive di documenti). Nel tempo intercorso da allora, le frontiere si sono ulteriormente fortificate.

Nel novembre 2019 festeggeremo il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Nel medesimo arco di tempo il numero dei muri eretti lungo i confini si è quadruplicato. L’industria delle frontiere è diventata un business gigantesco.

Un muro fisico e un lusso che non tutti gli Stati possono permettersi. Quelli eretti sulla frontiera Stati Uniti Messico, quello israeliano e quello lungo il confine tra Arabia Saudita e Iraq sono costati tra 1 e 4 milioni di dollari per chilometro. Tenuto conto delle spese di manutenzione, si arriva a un giro d’affari globale di parecchi miliardi in crescita costante. Ciascuno di questi muri e stato eretto da uno Stato ricco contro una nazione povera.

Sono barriere che separano gli Stati-nazione ma anche due diversi modi di sperimentare il mondo, due diversi sistemi di vita. Ogni confine tra Stati è anche in certa misura un confine di classe. Non sorprende che i più insanguinati siano quelli tracciati tra il mondo ricco e quello povero.

Il regime delle frontiere punta a tenere le persone “al loro posto” all’interno della gerarchia di classe. Le pratiche di confine come modalità per tenere sotto controllo la mobilità dei lavoratori sono cruciali per preservare la sperequazione salariale tra cittadini e non-cittadini, tra il Nord globale ed il Sud globale. Le frontiere sono un problema per i poveri. Perché i ricchi possono sempre accedere a un mercato legale per superarle, comprando la cittadinanza di altri paesi oppure investendo in attività od in immobili all’estero.

Come ho scritto in questo libro, le frontiere impongono l’immobilità. Tuttavia, in parallelo con le tecniche di frontiera

finalizzate all’immobilità ed al confinamento, esiste un secondo meccanismo di controllo della società che opera attraverso una costante mobilità forzata. Le persone sono infatti costrette a un andirivieni infinito non solo tra paesi, legislazioni e istituzioni, ma anche tra campi di accoglienza e campi di espulsione, tra richieste d’asilo e ricorsi contro le deportazioni, tra riconoscimenti provvisori e ritorno alla clandestinità, tra un periodo d’attesa e l’altro. Una circolarità perpetua in cui si vive in uno stato di “non arrivo”, di radicale precarietà o, per usare l’espressione di Fanon, di “ritardo”.

Importante è precisare che una frontiera non si esaurisce nella semplice linea tracciata tra Stati, ma coinvolge molti altri attori ed innumerevoli pratiche, economie e storie.

Le categorie “indesiderate” non vengono respinte soltanto al confine ma anche dopo averlo varcato. A prescindere da quanto tempo abbiano passato in un dato paese e da quanto integrati siano in una data società, alcuni non smettono mai di essere stranieri: quelli con la pelle nera; gli ebrei in passato ed oggi i musulmani; i rom.

 

II. Le frontiere ed i loro muri sono eretti in modo da apparire senza tempo – come se esistessero da sempre e dovessero durare in eterno. I muri vorrebbero negare l’evidente, ovvero che le frontiere cambiano e, presto o tardi, scompaiono. La storia insegna che i muri sono destinati a cadere e molti di quelli del passato oggi sono soltanto mete turistiche, come la Grande Muraglia cinese o il Vallo di Adriano. Per paradosso, sono diventati un’attrazione per gli stranieri che avevano lo scopo di tenere a distanza.

Tuttavia, una volta poste in essere, frontiere e barriere assumono vita propria. Suscitano emozioni e idee anche dopo la loro caduta. I muri di confine modificano il territorio sociale e continuano a esercitare un forte impatto sull’immaginario e sui rapporti sociali anche molto dopo il loro crollo. Il loro significato simbolico e ben più grande della loro presenza fisica. Le frontiere producono nuove soggettività. I muri fisici durano poco, ma il loro impatto sugli schemi mentali si protrae per molto tempo. La frontiera segnala che chi sta dall’altra parte e diverso, indesiderato, pericoloso, contaminante, persino non umano.

Ma non è solo il confine a generare nuove soggettività: anche violarlo le genera. Durante la cosiddetta “crisi dei profughi” del 2015 e del 2016, quando i governi blindarono le frontiere per respingere migranti e rifugiati, questi inscenarono proteste intonando slogan come “aprite i confini” e “libertà, libertà”, a volte nella propria lingua: Infitah (“apertura” in arabo) ed Azadi (libertà in persiano). Sono parole d’ordine che si sentono da decenni in Medioriente.

Inneggiando alla libertà ed all’apertura, quei manifestanti avevano collegato le lotte per l’Infitah in tutto il mondo arabo e per l’Azadi in Iran e Afghanistan alla lotta per l’apertura e la libertà in Europa. Riprendendo i termini “libertà” ed “apertura” mettevano a nudo il legame esistente tra gli steccati oppressivi innalzati in Europa e gli steccati oppressivi innalzati a Kabul, Damasco, Istanbul, Teheran ed in tutta la Palestina.

Ovunque venissero fermati, i migranti sedevano simbolicamente sui binari delle ferrovie. Era un esplicito gesto politico, messo in atto da soggetti consapevoli. Mettendosi letteralmente di traverso, quei migranti utilizzavano i propri corpi per fermare il traffico ferroviario. I loro corpi erano diventati una forza politica in grado di bloccare un regime di mobilità che li escludeva. La parola “movimento” indica l’azione di muoversi e spostarsi ma anche un’attività organizzata che sfida le strutture esistenti e punta al cambiamento sociale. In entrambi i sensi, il movimento dei trasgressori di confini aveva generato una soggettività che attraverso un gesto eminentemente politico sfidava il regime delle frontiere e l’ordine esistente delle cose. Il cammino percorso insieme tramutava un viaggio individuale in un progetto comune: un movimento collettivo e sociale.

L’attraversamento non autorizzato dei confini, la violazione del regime delle frontiere e la contestazione della sua autorità sono a tutti gli effetti azioni politiche.

 

III. Oltre che espressione dell’immaginario nazionale, le frontiere sono anche un’esperienza fisica. Esistono per essere percepite. Sono progettate per avere il massimo della visibilità, con cartelli, colori, recinzioni e cemento. Di più: sono progettate per causare sofferenza e ferire i corpi. Il filo spinato lacera la carne di chi cerca di scavalcarlo. I muri sono alti proprio per massimizzare i danni dell’eventuale caduta di chi si azzarda a scalarli. Se non dalla frontiera in se, i viaggiatori senza documenti vengono aggrediti dalle sue guardie. Lo stupro come “balzello” estorto per concedere il permesso di passare dall’altra parte e una prassi ricorrente.

Oltretutto ogni confine ha un suo specifico sapore. Per esempio, attraversando le zone desertiche tra il Messico e l’Arizona, i migranti sperimentano il confine come un sapore metallico dovuto all’arsura, ad una sete sempre più tormentosa.

Oltre ai sensi, le frontiere devono però colpire anche le emozioni. Per i viaggiatori indesiderati il confine sa di umiliazione e vergogna. Un esempio e la mortificazione quotidiana e pubblica subita dai palestinesi ai check-point israeliani.

Infine le frontiere – con i loro muri incombenti, le torrette di guardia, il filo spinato, i soldati armati e i cartelli minacciosi – hanno lo scopo di suscitare paura. Come ha detto la ministra danese per l’Immigrazione, Inger Stojberg, nel dicembre del 2018: “Sono indesiderati e se ne accorgeranno”.

Per i corpi che non toccano i confini e non ne vengono toccati, i confini non esistono. Le frontiere sono selettive e discriminatorie. La regolamentazione della mobilità opera attraverso una selezione basata sulle disuguaglianze di sesso, genere, razza e classe. Supera il confine soltanto chi è utile, chi è produttivo. Le frontiere sono una tecnica per calcolare il valore degli stranieri.

 

IV. In quest’era di feticismo dei confini, oscurata dall’ombra dei muri in costruzione, c’è una domanda urgente, politica ma anche intellettuale, cui va data risposta: che cosa si vede se guardiamo il confine dall’altra parte?

Se guardiamo il confine dal lato opposto non possiamo non storicizzarlo. Un approccio alle frontiere intellettualmente onesto e politicamente responsabile deve infatti basarsi su una storicizzazione radicale in grado di denaturalizzare e politicizzare ciò che l’odierno regime delle frontiere ha naturalizzato e spoliticizzato.

In tempi recenti abbiamo assistito all’avvento di un corpus di ricerche su questo tema ancora circoscritto ma in crescita. Partendo da una storicizzazione radicale, questi studi dimostrano che le frontiere e le pratiche di frontiera sono in un certo senso pratiche coloniali. L’attuale regime delle frontiere si radica nelle genealogie coloniali del trasferimento forzato, che hanno storicamente fornito un efficiente laboratorio in cui sperimentare le nuove politiche di controllo delle popolazioni.

 

V. E un grande piacere vedere ‘Illegal’ traveller. An autoethnography of borders tradotto e pubblicato in italiano. Da oggi il libro sarà accessibile a chi vive lungo i confini meridionali dell’Europa e ha visto il Mediterraneo, fino a non molto tempo fa un canale, un passaggio, uno spazio di collegamento e mobilita per tutti gli abitanti del suo bacino, tramutarsi in una zona di frontiera militarizzata ed in un luogo di morte.

Spero che questo libro contribuisca ad una migliore comprensione della situazione attuale. Non è stato scritto per raccontare l’ennesimo calvario di un profugo. Piuttosto, è un’indagine politica ed intellettuale che si interroga sul nostro mondo. È la speranza a dare senso a questo libro, la speranza in un domani diverso in grado di emanciparsi dalla condizione distopica imposta dai confini e dalle loro pratiche. Una speranza che riecheggia quella di Ernst Bloch, filosofo ebreo tedesco vissuto in un periodo oscuro del secolo scorso. Ne Il principio speranza, opera scritta alla fine degli anni Trenta, Bloch afferma: “Al sognare in avanti poniamo dunque un segno ulteriore. Il presente libro non tratta d’altro che dello sperare che supera il giorno che si e fatto”.

 

NOTE

* Shahram Khosravi, iraniano, è oggi professore di antropologia sociale all’Università di Stoccolma. Autore di vari saggi etnografici, tra cui Young and Defiant in Tehran, University of Pennsylvania Press (2008); Precarious Lives: Waiting and Hope in Iran, University of Pennsylvania Press (2017) e After Deportation: Ethnographic Perspectives, Palgrave (2017), ha anche pubblicato alcune opere di narrativa, oltre a collaborare regolarmente con alcune testate svedesi.

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