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Metafora dei disastri del capitalismo moderno -2

Questa seconda parte di analisi sul Libano affronta la questione della crisi di default e prova ad inserirla nell’attuale scenario geopolitico dell’area, premettendo in apertura un excursus sulla storia polito-economica del paese dei cedri per meglio inquadrare la situazione attuale nella sua complessità.

Gli avvoltoi imperialisti e lo stato fallito. Come si salva l’élite

La caratteristica distintiva del Libano è rappresentata dallo strano quadro costituzionale che ha permesso all’élite di detenere il potere in maniera tanto spregiudicata e di giungere a questi livelli di crisi sociale. Due sono i fattori principali del problema. Uno è il fatto che il Libano è stato a lungo un’area di interesse per varie potenze economiche come porta d’accesso alle ricchezze petrolifere del Levante e del Medio Oriente in generale.[1] Come molti altri stati postcoloniali, i suoi confini sono stati fissati dalle rivalità imperialiste nel Trattato di Sevres (1920) un vero e proprio patto di spartizione del mondo all’indomani della prima guerra mondiale, che ha assegnato il territorio alla Francia su mandato della Società delle Nazioni. Nel 1943, su spinta inglese, si ottenne l’indipendenza formale del Libano. Il sistema istituito era basato su un accordo di condivisione del potere avviato dai francesi ancor prima che assumessero formalmente il mandato sul territorio nel 1919 (che si estese ben oltre il vecchio governatorato ottomano del Monte Libano.)[2]

Quando è nato lo stato libanese nel 1943, il suo territorio era spartito tra 18 diverse sette religiose riconosciute. La condivisione del potere tra le principali religioni era basata su un accordo nazionale informale. Ciò prevedeva che il presidente fosse cristiano, il primo ministro musulmano sunnita ed il presidente del parlamento musulmano sciita, mentre il capo di stato maggiore era riservato a un druso (sebbene in pratica quest’ultima condizione sia stata rapidamente accantonata). Le altre 14 minoranze religiose riconosciute in Libano non erano formalmente rappresentate. Sembrava un accordo stabile e nel boom economico del dopoguerra il Libano sembrava rappresentare un baluardo del progresso in Medio Oriente. In pratica, l’accordo nazionale libanese è stato sempre un affare complesso spesso influenzato dagli eventi verificatisi nelle regioni confinanti. Il primo di questi è stato l’ascesa del nazionalismo panarabo, specialmente nell’Egitto di Nasser. Quando l’Egitto e la vicina Siria si unirono alla Repubblica Araba Unita nel 1957, gli arabi musulmani ed i drusi spinsero affinché il Libano seguisse il medesimo percorso di integrazione. Si deve all’opposizione dei cristiani maroniti alla RAU lo scoppio della prima guerra civile libanese, conflitto interno ma che ha portato i marines americani a sbarcare sulle coste libanesi in favore dei loro alleati cristiani.

Tuttavia ciò rappresentò un episodio minore rispetto alla guerra civile che imperversò per 15 anni, dal 1975 al 1990. Questa volta la causa scatenante, sempre dovuta a cause esterne agenti nella regione, fu il conflitto fra Palestina e Israele. La creazione dello Stato di Israele portò a una guerra contro gli stati arabi nel 1948. Il Libano non partecipò militarmente ma accolse 100.000 profughi palestinesi. Altri 300.000 profughi furono accolti quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) fu espulsa dalla Giordania dopo i combattimenti del “Settembre Nero” del 1971. Tutto ciò alla fine ha reso il Libano campo di battaglia tra Israele, i sostenitori della milizia cristiana e l’OLP: quest’ultima ha ottenuto un certo sostegno dai gruppi musulmani nel paese. Le invasioni del Libano si sono succedute in varie operazioni di “liberazione” che sostenevano alternativamente i cristiani o gli sciiti, così che Israele, Siria, Stati Uniti e Francia hanno alternativamente favorito l’una o l’altra fazione aggravando così il conflitto in una spirale di repressione interna e sconvolgimenti sociali.

Quando la lunga guerra civile finì nel 1990, 120.000 libanesi erano stati uccisi ma l’intervento imperialista non finì qui. Con il ritiro degli USA e dei suoi alleati sostituiti dai “peacekeepers” dalle forze Unifil delle Nazioni Unite, la Siria divenne la forza più influente nel paese fino al 2005, con la “Rivoluzione dei cedri” che di fatto impose il ritiro delle forze Unifil. A beneficiare della nuova situazione fu l’Iran con l’ascesa di Hezbollah (“Partito di Dio”) composto da mullah istruiti in Iran all’inizio degli anni ’80. Attualmente la principale organizzazione politica e militare dei musulmani sciiti in Libano, Hezbollah ha avuto origine come organizzazione terroristica specializzata in attentati suicidi. Il più drammatico fu quello del 1983 alla base della forza multinazionale a Beirut, sotto la sovrintendenza statunitense ma che comprendeva anche truppe francesi, italiane e britanniche. L’episodio ebbe come esito il ritiro della forza occidentale dopo che 241 militari statunitensi e 58 francesi restarono uccisi.

Hezbollah negli anni ha ricevuto ingenti finanziamenti sotto forma di aiuti militari dalla Siria e dall’Iran e nel 2006 ha combattuto Israele nella “Guerra di luglio”. Sebbene le sue vittime fossero dieci volte quelle delle forze di difesa israeliane, il risultato è stato sufficiente per rivendicare una vittoria propagandistica, avendo messo Israele in una situazione di stallo. Ciò ha garantito ad Hezbollah il sostegno non solo tra i musulmani sciiti ma anche in altri settori della popolazione libanese, facendogli ottenere circa un terzo dei seggi nel parlamento. Il che significava un potere di veto reale ed effettivo del quale Hezbollah si è sempre servito. Oggi questo dominio sta volgendo al termine.[3] Da molti sono infatti ritenuti i responsabili per il milione e mezzo di profughi siriani fuggiti dalla guerra ma, soprattutto, per aver mantenuto ed alimentato la corruzione del sistema statale e finanziario. Hezbollah, insieme al presidente generale Michel Aoun, (per ragioni costituzionali il presidente è cristiano) sono stati i baluardi contro qualsiasi cambiamento nella struttura politica del Libano, garantendo lo status quo, la cui inamovibilità ha creato di fatto le condizioni per il controllo assoluto dell’élite politico-finanziaria.

Quando i manifestanti sono scesi in piazza lo scorso ottobre sono stati i sostenitori di Hezbollah ad attaccarli. Mentre i leader dei cristiani maroniti e dei musulmani sunniti stanno ora cercando di ottenere il sostegno popolare dimettendosi dai loro seggi parlamentari e governativi, nasce il timore di una nuova e imminente guerra civile. Se dovesse accadere, sarà l’ennesima guerra per procura imperialista, sulla stessa scia di quella del 1945. La scacchiera è pronta ed i pezzi cominciano a posizionarsi. Iran e Russia hanno già inviato ospedali da campo a Beirut per sostituire quelli danneggiati dall’esplosione ed il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha fatto visita al Libano mentre Francia e Gran Bretagna hanno schierato la flotta militare per presunti scopi umanitari. Il presidente francese Macron, battendo sul tempo Zafir, ha chiarito che, sebbene siano stati offerti aiuti umanitari immediati, il tipo di salvataggio di cui il Libano ha davvero bisogno arriverà solo “con le riforme”.

Macron, che sarebbe stato probabilmente malmenato se avesse cercato di camminare tra la folla in Francia, è stato invece accolto in Libano come un eroe. Lo dimostra il fatto che una petizione online che chiedeva alla Francia di ristabilire il controllo sul paese ha avuto 66.000 firme in poche ore. Le “riforme” paventate da Macron prevedono, prima di tutto, il disarmo della milizia di Hezbollah e lo scioglimento dell’alleanza Hezbollahh-Aoun, sostanzialmente lo scardinamento dell’attuale governance libanese. buon gioco per Stati Uniti e Israele, poiché indebolirebbe l’influenza dell’Iran. La Francia, ha ovviamente le sue ragioni per desiderare in questo caso il sostegno di Stati Uniti e Israele. Il Medio Oriente e l’Asia centrale sono infiammati da decenni di conflitto, in quanto sono i nodi geografici strategici per gli equilibri politici globali, per il petrolio e il gas prima e oggi anche per le tratte commerciali.

Proprio su questi punti critico-strategici ora si gioca un’altra partita nel Mediterraneo il nuovo epicentro è la Libia.[4] La Francia si è schierata con Grecia e Cipro contro la politica di espansione della Turchia nella lotta per il controllo dei giacimenti di gas ancora inutilizzati del Mediterraneo orientale.[5] Questa politica anti-turca potrebbe spiegare anche il perché la Francia abbia invitato l’Iran ad una eventuale discussione sul futuro del Libano ed usare il suo ascendente sulla popolazione libanese come parte della trattativa. Ciò a significare che, tanto per cambiare, della popolazione libanese (come di qualunque altra) non importa molto a nessuno ma avere il popolo dalla propria parte fa sempre comodo.

La proposta di riforma avanzata da Macron non è peregrina, in quanto è un chiaro messaggio all’Iran ed al suo cordone ombelicale con il Libano (Hezbollahh). Comunque andranno le cose, le “riforme necessarie” sia che seguano i consigli di Macron, sia che scaturiscano da altre parti, avranno quasi certamente l’approvazione del FMI e soci. C’è già un bel sistema rodato di coercizione e clientela, il classico bastone e carota per far digerire alla società altri anni di purghe con il contentino di qualche sussidio o qualche lavoro precario elargito benevolmente da qualche corporation (sponsorizzata da chi lo si vedrà solo a partire da chi la spunterà nella bagarre) che, approfittando della crisi nera, avrà il solito esercito di lavoratori di riserva sottopagati per realizzare manufatti di vario genere da rivendere al prezzo più basso della concorrenza. Il destino del Libano, come qualsiasi altro stato in cui sono in gioco forze imperialiste non sarà deciso solo a Beirut.

L’élite dominante libanese è essenzialmente uguale a qualsiasi altra, relativamente alla gestione statale, con il solo scopo di trarre profitti immensi dalla gestione dei servizi pubblici, degli appalti, delle grandi opere e tutto ciò che consente speculazioni e investimenti nei quali le perdite sono pagate dalla collettività e gli utili incassati come dividendi per le società di gestione. Ciascuno dei principali raggruppamenti religiosi è sostanzialmente uno Stato all’interno dello Stato e le famiglie a capo di ognuno di loro controllano pezzi di territorio od interi settori pubblici, i loro feudi, attraverso un sistema clientelare. Questa è la procedura tipica della corruzione che ogni politico e signore della guerra applica per comprare la lealtà dei propri seguaci. Quando è cominciata la prima ondata di proteste lo scorso ottobre, Maha Yahya, direttore del Carnegie Middle East Center di Beirut, ha dichiarato al Financial Times: “Ci sono fondamentalmente i signori della guerra, settari o miliziani, che si sono spartiti i settori economici tra loro”. Le analisi e gli studi hanno scoperto che le aziende che hanno agganci politici in Libano riescono molto meglio di quelle senza tali collegamenti; ha aggiunto la signora Yahya. “Per quanto riguarda l’accesso a lavori nel settore pubblico, se non lo ottieni tramite il leader politico della tua setta, le tue possibilità di ottenere l’appalto sono quasi nulle, e questo persino se si tratta di un lavoro di basso livello”.[6]

È anche troppo presto per dire chiaramente quali saranno le conseguenze del continuo sprofondamento sociale ed economico nel quale il Libano sta via via impantanandosi ma, comunque, non si può negare il fatto che questo sia un altro esempio lampante della devastazione alla quale l’umanità si sta avviando a causa della crisi capitalista mondiale. Più la situazione economica diventa disperata, più violente sono le soluzioni invocate dalle consorterie imperialiste mondiali. I commentatori occidentali in modo superficiale ritengono che la “rivoluzione” in Libano vedrà una riduzione del potere del delegato iraniano Hezbollah – che attualmente ha la maggiore influenza all’interno del paese – ma Hezbollah non è solo una potente milizia; è un po’ come Hamas, ha una rete sociale estesa che garantisce un minimo di sicurezza ai suoi seguaci sciiti. È nelle condizioni migliori per tenere insieme il suo collegio elettorale rispetto alla maggior parte delle altre fazioni.

Che dire invece del movimento di protesta? L’unico fattore non menzionato è quello di classe e per una buona ragione. Si sosteneva che il movimento dello scorso ottobre unisse tutti i libanesi contro tutte le fazioni sotto la bandiera nazionale. Questa “massa” di persone, composta prevalentemente da piccolo borghesi e professionisti, hanno posto il problema ed urlato alcune rivendicazioni, ma possono fare solo questo (un po’ come in Italia). Non hanno avuto risposte e probabilmente continueranno a non averne. Molti lavoratori partecipano ancora alle manifestazioni contro il regime ma solo individualmente, spinti dalla fame e dal bisogno. Il Libano ha bisogno di qualcosa di più di un cambiamento nelle sue regole di governo: se “rivoluzione” (uno slogan visto e rivisto) significa qualcosa allora deve essere internazionale e deve riguardare la creazione di un nuovo modo di produzione che distrugge il potere del vecchio ordine. Il fatto che la classe operaia libanese sia intrappolata da questi mini nazionalismi confessionali, significa che è oggettivamente ancora più difficile creare una propria forza politica indipendente ed immaginare una vera alternativa. Sarà oltretutto ancora più difficile se gli aiuti umanitari verranno distribuiti tramite il sistema clientelare attuale, come sembra stia già accadendo, un modo ulteriore per placare gli animi, in quanto se fai parte di una fazione che riesce a mettere le mani sugli aiuti hai di che vivere e sei dissuaso dal protestare o puoi avviare un piccolo giro di borsa nera.

Il Libano è una metafora perfetta del fallimentare schema Ponzi rappresentato dal moderno capitalismo globale.[7] Il capitalismo non può essere distrutto in un solo paese o da una sola rivoluzione isolata. Occorre una presa di posizione internazionale onde poter inceppare i meccanismi tanto di trasmissione della crisi quanto quelli di accumulazione del capitale, il cui processo di riproduzione sta preordinando quello sociale. Non è con la banale sensibilizzazione o l’ipocrisia della solidarietà a distanza che si smantellano le oligarchie finanziarie: esse vanno riconosciute nelle loro strategie sempre simili in ogni angolo del globo, anche se ammantate di un’aurea di democrazia o al riparo da carte costituzionali. La capacità del capitale di sussumere ogni impeto di rinnovamento per assimilarlo al suo dinamismo riproduttivo è spaventosa: davanti a tale potenza il “cambiamento democratico” per delega e le “riforme per avviare i processi democratici” appaiono inutili quanto affrontare un tifone con l’ombrellino da sole.

J.R.

NOTE

  1. https://www.globalproject.info/it/mondi/altro-che-crisi-del-dollaro-leconomia-politica-della-sollevazione-libanese-pt-2/22364

  2. Il nome “Libano” deriva da una parola fenicia che significa “bianco latte”, che alcuni pensano sia dovuto alle sue cime innevate per metà dell’anno ma, poiché il Monte Libano è composto principalmente da calcare, potrebbe invece riferirsi a quello.

  3. Le linee generali dell’accordo furono ribadite nell’Accordo di Taif che pose fine alla lunga guerra civile del 1975-90.

  4. L’arco della guerra e della devastazione imperialista si estende ora dalla Libia attraverso il Mediterraneo, dove Francia, Egitto, Israele, Cipro e Grecia si stanno confrontando con la Turchia di Erdogan per lo sfruttamento dei giacimenti di gas offshore che attraversa Siria, Iraq e Iran fino ai confini dell’India con Pakistan e Cina. Un simile confronto nel Mediterraneo orientale tra Turchia e Qatar contro Egitto, Francia, Russia e Emirati Arabi Uniti può anche essere inserito come parte della “guerra civile” in Libia.

  5. Cfr. Lorcon e J.R. “Libia e dintorni”, inUmanità Nova, https://www.umanitanova.org/?p=11453

  6. Financial Times, 20 Ottobre 2019

  7. Lo schema di Ponzi è una tecnica truffaldina che richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare nuove quote. I guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori e non da attività produttive o finanziarie. Il sistema è destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei partecipanti, perché i soldi “investiti” non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse.