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Resistenza 8 – Una risata li appenderà

Con questo articolo festeggiamo i 75 anni dalla Liberazione con una prospettiva musicale che non comprende le “classiche” canzoni della e sulla Resistenza, ma ci concentriamo su testi satirici che hanno dileggiato i fascisti di ieri, perché sarà una risata che li appenderà.

1. Maria Iottini ed il Trio Lescano – Maramao perché sei morto

Maramao perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava, / l’insalata era nell’orto, / e una casa avevi tu”, così incomincia il primo vero successo di Mario Panzeri datato 1939 e composto su una melodia di Mario Consiglio. Il brano venne interpretato da Maria Jottini assieme al Trio Lescano e divenne celebre grazie alla diffusione che ne fecero le radio. “Quando tutto tace / e su nel ciel la luna appar, / col mio più dolce e caro miao, / chiamo Maramao.”

La canzone probabilmente è ispirata al componimento abruzzese “Mara maje” (“Amara me”) di origine medievale ma nel tempo diversi personaggi storici hanno assunto l’identità di Maramao. Dal brigante Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, fino a Papa Pio VIII; poco dopo i suoi funerali sul finire del 1830 un mendicante la cantò per le vie di Roma e venne arrestato e Gioacchino Belli riportò l’accaduto nel sonetto “Er canto provìbbito”. Ma la canzone non aveva finito di schernire i potenti.

Il successo che ebbe è paragonabile solamente all’attenzione che suscitò nei censori, infatti poco tempo dopo la pubblicazione del disco Panzieri fu convocato d’urgenza dal responsabile della censura. Il 26 giugno 1939 era deceduto il ras di Livorno Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, e su un’altura che sovrasta la città erano incominciati, dopo la sua dipartita, i lavori per erigere un mausoleo in suo onore. Esso doveva essere composto da un basamento per ospitare una colossale statua di Ciano a cui si aggiungeva un faro, a forma di fascio littorio, alto diverse decine di metri. Sul basamento in costruzione, una notte, comparvero le parole “Maramao perché sei morto? / Pane e vin non ti bastava, / l’insalata era nell’orto, / e una casa avevi tu”: l’allusione a Ciano sembrava evidente per i censori del regime, che subito accusarono l’autore. Mario Panzieri dovette dunque dimostrare, davanti agli italici addetti alla censura, di aver composto il testo prima della morte del consuocero di Mussolini.

Nonostante la guerra, il faro nei primi anni ’40 era in parte edificato ma i lavori si interruppero con la caduta del regime e ad oggi rimane eretto solamente un massiccio torrione immerso nella vegetazione. A distanza di decenni non è terminato l’utilizzo dell’incompleto monumento fascista come ricettacolo di scritte e simboli di denuncia. In cima alla facciata infatti campeggia la scritta “CC AE 217”, che è la targa del defender dei carabinieri che si trovava in Piazza Alimonda da cui spararono a Carlo Giugliani nel 2001.

Maramao perché sei morto” racconta lo strazio provato da tutti quelli che conoscevano, umani e felini, il gatto ormai defunto. Il canto di una giovanissima Maria Jottini dà voce allo stato emotivo della padrona: “Vedo tutti i mici / sopra i tetti a passeggiar, / ma pure loro senza te / sono tristi come me.” Sembra incredibile che, insinuati tra strofe come: “Le micine innamorate / fanno ancor per te le fusa, / ma la porta è sempre chiusa / e tu non rispondi più”, si possano annidare contenuti di scherno e dileggianti le autorità fasciste.

2. Quartetto Cetra – Crapa Pelada

Gorni Kramer scrisse e pubblicò “Crapa Pelada” nel 1936: il testo in lombardo riprende probabilmente una filastrocca che qui diviene un divertissement che ripete in modo ossessivo il ritornello con uno swing-jazz per sottofondo. “Crapa Pelada l’ha fà i turtei, ghe ne dà minga ai sò fradei / I sò fradei fann la fritada, ghe ne dan minga a Crapa Pelada”. Anche se durante il Ventennio bisognava parlare di “ritmo sincopato”, per evitare parole estere, e fu possibile ascoltare e suonare questo genere musicale per poco tempo, prima era proibito perché americano e poi con le leggi razziali del 1938 bollato come “negroide”.

Il pelato protagonista della canzone, visto il periodo storico in cui si colloca, sembra proprio Mussolini. Ecco allora che “Crapa Pelada” diventa una cosiddetta “canzone della fronda”, in quanto si mostra apparentemente frivola e disimpegnata ma tra le righe cela riferimenti antiregime. Il Quartetto Cetra inciderà il brano nel 1945 aggiungendo diverse parti al celebre motivetto, andando a comporre una storiella. “A voi, miei signori, io voglio narrare / la storia che tanto mi fa disperare: / son già sette mesi che vedo cadere / dal capo i capelli pian pian. / Ormai son pelato, deluso, avvilito, non so quali cure adottar”. Dopo una introduzione quasi parlata incomincia un botta e risposta tra il calvo e il gruppo di canterini che trovano sempre il modo di ripetere la cantilena di Crapa Palada. Ma solo dopo altre strofette emerge l’unica vera soluzione: “con la parrucca forse potrai guarir!”.

3. Duo di Piadena – Dongo

La canzone che ha per titolo il nome del comune comasco di Dongo racconta l’avvenimento che lo ha reso celebre, in altre parole la cattura di Benito Mussolini durante la sua rocambolesca fuga dall’Italia. Il brano, il cui autore rimane sconosciuto, nelle sue tante strofe ripercorre le ultime ore di vita del dittatore. La ballata nel tipico stile dei cantastorie è stata resa celebre dalla versione di Fausto Amodei: essa infatti ricorda il suo stile, essendo una canzone schierata ed impegnata ma con un tono ironico. “Del fu Duce i giornali han narrato / la sua ultima disavventura / che seguì alla fatal sua cattura / e il destin che su lui si compì”.

Dongo” venne incisa nel 1974 nell’album “Il Vento Fischia Ancora” dal Duo di Piadena, assieme a molti altri celebri componimenti che furono la colonna sonora del movimento di Liberazione. “Come fu Mussolini arrestato, / custodito fu insieme a Claretta, / messo in una colona stanzetta / dove stette all’incirca tre dì”. La seconda strofa introduce l’amante del dittatore che volle seguirlo anche incontro alla morte. “Buia e tetra era quella stanzetta, / ben guardata da due partigiani / che la sorte avean nelle mani / di chi fu la cagion d’ogni mal.” La canzone si inserisce nel tipico repertorio delle canzoni predilette da Delio Chittò e Amedeo Merli, ovvero quello dei brani della tradizione contadina tramandati oralmente che raccontano fatti di cronaca ma anche storielle di persone comuni. Il Duo di Piadena infatti, nato nel ’67 dalla scissione dal Gruppo Padano di Piadena, con un repertorio popolare e da osteria, divenendo molto celebre negli anni ’70. La loro operazione di folk revival li fece arrivare fino a Canzonissima e a collaborare con Dario Fo, Cochi e Renato ed Enzo Jannacci, èer cui la loro carriera può essere riassunta nel sottotitolo di un libro a loro dedicato “dalle osterie alla televisione”.

Ma a Dongo tra il 27 e il 28 aprile del ’45 il tempo dell’epilogo del Duce si avvicina sempre di più: “In quel luogo entrò il giustiziere. / Mussolini vicino era al letto, / fuor dall’orbita gli occhi e nel petto / un tremendo mortale terror.” Nel brano il dittatore, che per venti anni fu l’icona di un intero regime, risulta terrorizzato sul punto di morte, molto distante dall’incarnazione vivente di una nazione come la propaganda fascista lo aveva proposto per anni. “Mussolini ascese al potere / colla forza in quel dì già lontano, / ma la forza di ogni italiano / annientò quel crudele oppressor.”

La canzone sembra mostrarci la visione che il popolo aveva del condottiero del fascismo, che qui risulta ricorrere ad ogni espediente pur di salvarsi la pelle. “Mussolini da buon cavaliere, /or quel luogo lui sta per lasciare, / precedenza alla donna vuol dare / ma precederlo lei non lo vuol.” La strofa finale assume un tono più serio e in modo sentenziale segna la fine per Mussolini: “Detto ciò il giustiziere decise / di colpire il tiranno e Claretta…” ma lascia anche un monito per tutti i futuri despoti: “(…) Sui tiranni alfin la vendetta / sarà sempre tremenda quaggiù”.

EN.RI-OT