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Attività anarchica all’interno dello stato capitalistico (1928)

Una volta Kropotkin, molti anni prima della guerra, sul «Freedom» di Londra si accinse a considerare i tre grandi movimenti del proletariato inglese: i sindacati, le cooperative e il cosiddetto «socialismo municipale», arrivando alla conclusione che, se si fosse riusciti a unificarli in una sorta di sintesi complessiva, si sarebbero gettate le basi di una società socialista. E in un altro saggio – Why not a cooperative City [1] , scritto in un periodo di disoccupazione generale – Kropotkin sollevò la questione se tramite una collaborazione fra sindacati e organizzazioni cooperativistiche non si potesse tentare di costruire una «città cooperativa» con tutte le premesse per una futura esistenza. Quindi già allora Kropotkin intravide chiaramente la necessità di un’attività costruttiva e creativa all’interno del movimento operaio, dicendosi convinto che per la realizzazione del socialismo sarebbe stato necessario qualcosa di più di un movimento di difesa contro gli attacchi del capitalismo o di un’azione di propaganda per preparare le masse al pensiero socialista.

Oggi comprendiamo ancora meglio quanto bisogno ci sia di idee e di tentativi costruttivi per l’ulteriore sviluppo del socialismo. Lo stato desolante del movimento socialista, il suo completo assorbimento nella politica dello stato borghese da un lato e dall’altro la sua sclerotizzazione dogmatica in formule codificate di concetti privi di vita, che si manifesta chiaramente anche nel nostro movimento, sono in gran parte da ricondurre a idee puramente negative e a mancanza di attività creativa. Già per questi motivi è urgente un intervento più energico da parte nostra nei più diversi settori or ora citati e in special modo un più stretto contatto con le diverse tendenze ideali che individuano la salvezza dello sviluppo umano nell’attività autonoma e costruttiva.

Senza tralasciare i fallimenti del vecchio socialismo sperimentale, io credo che stiamo senz’altro andando incontro a una fase di tentativi costruttivi interni al movimento socialista. I fallimenti del cosiddetto «socialismo sperimentale» sono da ricondurre in gran parte all’impostazione autoritaria dei suoi sistemi e soprattutto al fatto che i suoi esperimenti non sono mai stati accompagnati da un considerevole movimento di massa, motivo per cui venivano lasciati a se stessi e di conseguenza mancavano, nella maggior parte dei casi, delle dovute proporzioni. I tentativi del cosiddetto «socialismo delle gilde», che a ben guardare racchiude in sé l’idea del sindacato produttivo, assieme a molti altri fenomeni apparsi nei più diversi paesi, sono a nostro parere i primi sintomi di una nuova fase di sviluppo che è stata purtroppo prematuramente intralciata, ma niente affatto cancellata, dalla guerra e dalle sue terribili conseguenze. Il completo fallimento del socialismo di stato in Russia e nella Mitteleuropa, l’indegna battaglia fra marxisti radicali e marxisti moderati in tutti i paesi (una battaglia che ha già acquistato un carattere patologico), contribuiranno, assieme a tante altre esperienze, a fare in modo che molti elementi positivi di diversa provenienza, per i quali il socialismo è ben più di una superficiale adesione pronunciata a fior di labbra, si convincano sempre più che esso non potrà mai prosperare nei ristretti confini di un partito, nella camicia di forza di una democrazia. Tutte queste forze prima o poi si guarderanno intorno in cerca di nuove prospettive e di nuove attività, e allora sarebbe positivo se noi potessimo offrire indicazioni pratiche e accennare a nuove forme più convincenti e vitali per acquisire nuovi elementi volonterosi e offrir loro un’attività adeguata. La paccottiglia dottrinaria oggi non farà sortire nessun cane da dietro la stufa (keinen Hund mehr hinter dem Ofen hervorlocken) [2] e non sarà in grado di creare quell’atmosfera culturale che è così necessaria per gli uomini dalla sensibilità libertaria e dal senso di giustizia sociale, come l’aria lo è per gli uccelli.

Se i nostri compagni tentassero di superare ovunque quello sterile dottrinarismo che produce sul movimento un effetto di rigidità e di paralisi delle idee, se tentassero di intrecciare rapporti di amicizia e solidarietà con tutte le correnti più o meno imparentate, tutto questo potrebbe essere di estrema importanza per quella nuova fase di socialismo cui senza dubbio stiamo andando incontro, che acquisterà certamente un carattere più promettente e costruttivo. Quanto più tutte queste tendenze saranno penetrate dalle idee di libertà e di solidarietà, tanto più avranno successo e contribuiranno a fecondare e preparare idealmente il terreno per il futuro ribaltamento sociale. Non si tratta però solo di preparazione per il futuro, si tratta anche di lotta nel presente e di difesa di antiche conquiste che dappertutto vengono minacciate dalla reazione internazionale e in molti paesi sono state già cancellate. La reazione nazionalistica in forma di fascismo moderno si diffonde ovunque in maniera preoccupante e minaccia di annientare gli ultimi resti di indipendenza mentale e di relativa libertà di movimento. Anche qui sarebbe indispensabile una collaborazione con tutte le correnti che si rendono conto di questo pericolo sociale e culturale, a prescindere dai loro scopi finali. Qui si tratta di contendere passo passo il terreno alla reazione nazionalistica, a questa brutale e smaccata forma di ideologia autoritaria, per tenere alto il senso della più elementare dignità umana. Purtroppo ci sono molti nelle nostre stesse file che hanno quasi disimparato a prender posizione di fronte alle questioni più cruciali della vita quotidiana. Ci si accontenta di riconoscere in tutte le cose dei sintomi naturali del sistema economico capitalistico e della tirannide statalista, sottolineando sempre che questi sintomi spariranno assieme a tutto l’attuale sistema, e si crede fra l’altro di aver fatto il proprio dovere quando si pronunciano alcune frasi platoniche contro lo Stato e il Capitalismo.

So benissimo che per fortuna in certi paesi ci sono ancora anarchici sempre pronti a collaborare attivamente con altri.

Però ci sono anche paesi in cui quasi tutto il movimento resta fossilizzato in un pericoloso dottrinarismo. Lottando contro il riformismo, molti di noi si sono abituati a vedere in ogni riforma sociale o economica un pericolo per lo scopo finale del movimento. Solo che questo punto di vista, così pericoloso per la battaglia rivoluzionaria, deriva da una premessa completamente sbagliata che con l’anarchia non ha niente a che vedere. Certo noi siamo dei veri e propri oppositori di quelle correnti del movimento operaio che credono di poter accedere alla società del futuro a forza di lenti miglioramenti in ogni settore. Questo punto di vista, elevato a sistema, noi lo chiamiamo riformismo. Quanto più profondamente questa fede miracolistica metteva radici fra i lavoratori, tanto più velocemente il movimento operaio si arenava nella situazione attuale e diventava un necessario accessorio del sistema. Combattere questa fede miracolistica non significa affatto essere nemico per principio di tutti i cambiamenti interni alla società attuale. Tutti i miglioramenti che tendono ad accentuare il sentimento di dignità umana, a rafforzare il senso di solidarietà o a migliorare le condizioni materiali, anche se in modo provvisorio, sono anche per gli anarchici una conquista che non si deve rifiutare. Anche noi in fin dei conti viviamo nella società attuale e non sulle nuvole, sicché non ci possiamo permettere il lusso di sorvolare con indifferenza sugli aspetti materiali della vita. Anche per noi è differente sottostare alla brutale violenza di una dittatura fascista o bolscevica, che mette sotto i piedi ogni umanità e soffoca ogni residuo di libertà, oppure godere di una certa libertà di pensiero e di movimento che permetta di apparire in pubblico e di propagandare le nostre idee. Anche per noi è desiderabile la riduzione dell’orario di lavoro, lavorare in condizioni migliori e veder rispettata la nostra dignità di uomini anche in fabbrica, invece di essere sempre trattati da Iloti cui viene negato ogni sentimento umano. Certo lo sappiamo che lo Stato, in tutte le sue forme, è sempre il difensore del privilegio e dell’ingiustizia sociale e che tutto questo è insito nella sua natura. Però sappiamo anche che uno Stato non si è mai rassegnato volontariamente a concedere al popolo certi diritti e certe libertà, bensì vi è stato sempre costretto da movimenti di massa scaturiti dal popolo e da tutta una serie di rivoluzioni.

Non è dunque che quei diritti piacessero ai governi, ma semplicemente questi ultimi venivano messi di fronte al fatto compiuto, grazie alla pressione esterna dei popoli in rivolta, e di conseguenza erano più o meno costretti a concedere tali libertà. Ma anche quando questi diritti vengono addirittura sanciti nelle cosiddette «costituzioni» e tutelati da leggi statali, non significa che ciò sia una garanzia per la loro durata, com’è dato vedere, ancora una volta, nell’Europa di oggi. Tant’è che in un paese come l’Inghilterra i lavoratori sono oggi costretti a rimettersi in lotta contro la minaccia legale al diritto di associazione, e in altri paesi la situazione è ancora peggio. Permettere ai governi di togliere dal mondo con un semplice tratto di penna tutti i diritti e le libertà faticosamente conquistati, significa sacrificare senza combattere le conquiste delle passate rivoluzioni e contraddire tutti i principi rivoluzionari. Proprio perché noi oggi abbiamo capito che l’umanità non può conquistare dall’oggi al domani una condizione di totale libertà e di giustizia sociale, è doppiamente necessario difendere a ogni costo quelle posizioni strappate al potere autoritario con dure battaglie, senza sacrificarle a cuor leggero, solo perché ci sembrano poco significative rispetto al nostro grande obiettivo finale. Anche il più piccolo passo in avanti sul sentiero spinoso che porta alla liberazione dell’umanità ha un suo significato e non dovrebbe essere sacrificato in nome di nessun dottrinarismo astratto. La stessa cosa si può dire delle conquiste economiche e sociali strappate con dure lotte dai lavoratori, le quali hanno contribuito non poco a rafforzare il loro sentimento di giustizia e ad approfondire il loro intimo senso di solidarietà. Voler abolire le loro lotte quotidiane con il semplice pretesto che con esse non si cambia nulla di cruciale nel sistema salariale, significa fraintendere grossolanamente l’essenza più profonda del movimento sociale, e non ci dovremmo stupire che simili punti di vista offendano direttamente le vittime del sistema attuale e non suscitino alcuna simpatia. No, neppure noi anarchici siamo contrari ai miglioramenti all’interno della società odierna, ci differenziamo solamente nei metodi con cui si portano avanti le riforme necessarie. Noi non crediamo che queste possano essere realizzate per via legislativa, bensì per mezzo di azioni dirette condotte da movimenti popolari. Proprio su questo terreno, dove si tratta di salvaguardare le antiche conquiste, sarebbe di cruciale importanza un’alleanza di difesa e di lotta anche con altre correnti politiche, sebbene queste concordino solo in parte con le nostre vedute.

Rudolf Rocker

Note

  1. Si tratta dell’articolo comparso in forma anonima dal titolo “Why not a cooperative City. A suggestion for the Unemployed”, «Freedom», n.94, 1904.

  2. Espressione in uso fin dal XVII secolo nella lingua tedesca, per lo più parlata, per indicare qualcosa che non suscita né stimolo né interesse.